venerdì 26 settembre 2014
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Quanto "costa" un figlio? Un calcolo impossibile, se la pretesa è di ottenere una cifra attraverso una formula matematica. Eppure, da ieri, abbiamo la soluzione. Almeno dal punto di vista del contributo della collettività. Lo dobbiamo alla Conferenza delle Regioni, che si è riunita per individuare una linea comune in tema di fecondazione eterologa. O meglio: visto che ormai è chiaro a tutti (e qualcuno finalmente lo ammette, pur a denti stretti) che la materia è un ginepraio di monumentali interrogativi tra biologia, diritto e psicologia, governatori e assessori alla salute hanno deciso di girare alla larga da temi come la figura del donatore, l’anonimato, la selezione dei gameti, lasciati nel limbo dell’incertezza.

E si sono concentrati sui soldi, con l’eccezione della Lombardia che si è sottratta all’intesa avendo deciso di non destinare all’eterologa neppure un euro delle tasse dei cittadini. L’accordo tecnico parla dunque dell’ammontare minimo e massimo del ticket a carico della coppia e della spesa che compete alle casse pubbliche, con un totale che per l’eterologa con seme da donatore in vitro è di 3.500 euro e per quella con ovociti provenienti da donatrice sale a 4.000. La tecnica della fecondazione in provetta con gameti di altre persone garantisce una media approssimata del 25 per cento di successi, ovvero quattro cicli per ottenere un figlio. C’è chi sostiene che gli esiti positivi sarebbero di più, ma già così il calcolo pare in realtà generoso: per la fecondazione omologa – dati 2012 – il rapporto è di 93.634 tentativi e 11.974 "figli in braccio", cioè un tasso di successi pari al 12,8%. La metà. Ma pure assumendo per l’eterologa il rapporto di uno a quattro (si ricorre a gameti di persone senza problemi di fecondità), il "costo" di un bambino è di circa 16mila euro, nel caso – il più frequente – di ricorso a ovociti donati. A questa cifra va sottratto il ticket, tra 400 e 600 euro, secondo l’accordo di ieri: dunque una media di 2.000 euro per il totale di tutti e quattro i tentativi necessari per una riuscita (è chiaro che alcune coppie centreranno l’obiettivo subito, altre purtroppo mai). E i 16mila euro diventano 14mila, cioè l’ammontare dell’assegno che la mano pubblica deve staccare per garantire un figlio a una coppia sterile. Intendiamoci: in questi conti a tavolino non c’è alcuna intenzione colpevolizzante verso chi soffre la ferita dell’impossibilità di generare un bambino. Il punto – almeno oggi – non è chiedere conto a qualcuno dei soldi spesi o promessi, ma domandare un poco di coerenza ed evitare che per far saltare una possibile discriminazione tra "sterili" e "fecondi" se ne introduca una molto più vistosa. La sterilità è infatti oggi solo una delle cause che impediscono agli italiani di procreare, e l’eterologa solo una delle soluzioni. A limitare le nascite è infatti anzitutto una serie di ostacoli di carattere sociale e soprattutto economico. Le ricerche mostrano un desiderio di mettere al mondo figli ancora significativo e che, se assecondato, garantirebbe al Paese un costante ricambio generazionale salvandolo dalla glaciazione demografica e conseguente crisi economico-sociale in cui è precipitato. Ma quando si passa dalle intenzioni di generare al numero di figli per donna in età fertile i numeri cambiano drammaticamente. Pare persino superfluo dire che un contributo economico di un certo peso per ogni gravidanza potrebbe rimuovere la causa principale della mancata procreazione, come conferma più di un esempio in Europa. Se allora le Regioni si dicono disposte a mettere sul piatto una media di 14mila euro a figlio per ovviare alla sterilità di origine biologica, perché non destinare la stessa cifra per rimuovere la sterilità di matrice economica? Alle prime coppie sì e alle altre no? Non è forse questo diverso trattamento una forma di discriminazione tra tutti coloro che nutrono il medesimo desiderio di mettere al mondo un bambino, e hanno – per dirla con la Corte Costituzionale – lo stesso diritto «incoercibile» di avere figli? Se poi teniamo presente che il ricorso all’eterologa è un percorso alternativo all’adozione per superare l’ostacolo della sterilità, risulta platealmente iniquo il diverso trattamento delle coppie che davanti all’identica diagnosi scelgono la provetta con gameti donati (potendo contare sui suddetti 14mila euro) e chi invece si inoltra nell’avventura dell’adozione senza un centesimo di sostegno pubblico e, anzi, dovendo dar fondo ai risparmi per spese di decine di migliaia di euro. Alla luce della risoluzione delle Regioni, oggi scegliere di adottare – un gesto di generosità che andrebbe incentivato e che ripara un ingiusto abbandono – diventa una decisione punita con un diverso trattamento che suona come una condanna. L’eterologa ha dunque il merito di metterci davanti a una questione di coerenza. Vogliamo prenderla sul serio, oppure dietro la fretta di aprire alla provetta a ogni costo c’è dell’altro?

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