Inghilterra. 14enne ibernata, in cerca del paradiso oltre il gelo


Marina Corradi sabato 19 novembre 2016

«Ho solo 14 anni e non voglio morire, ma so che sto per morire. Penso che la crioconservazione mi dia la possibilità di essere svegliata e curata – anche se fra centinaia di anni. Non voglio essere sepolta sottoterra. Voglio vivere, e vivere più a lungo. Forse in futuro troveranno una cura per il mio cancro, e mi risveglieranno. Voglio avere questa possibilità». È struggente l’ultima lettera di una ragazzina londinese, morta poche settimane fa. Era ancora quasi una bambina. Evidentemente era cresciuta in un ambiente in cui non le era stata data la speranza in un aldilà. Ma lei voleva vivere, vivere ancora: aveva orrore di essere sepolta sottoterra. Aveva sentito parlare della crioconservazione, che mantiene i corpi per centinaia di anni, a 196 gradi sottozero. E allora nelle sue ultime settimane aveva letto su Internet tutto quanto aveva trovato sull’argomento. E aveva deciso.

La ragazzina era figlia di divorziati: la madre appoggiava il sogno della figlia, il padre era contrario. La High Court of Justice di Londra ha dato ragione alla madre. Il corpo della adolescente, morta poche settimane fa, è stato ibernato negli Usa, il solo Paese al mondo dove questa pratica è possibile. Una pratica che non ha fondamento, secondo la comunità scientifica. Ieri sulla Bbc una scienziata della Newcastle University spiegava, per chi avesse dei dubbi, che l’idea è semplicemente ' science fiction', roba buona per film di fantascienza. E questo perché, aggiungeva la dottoressa, «La diagnosi di morte, è irreversibile. Non c’è assolutamente alcuna evidenza scientifica che le persone ibernate potranno mai tornare in vita». Ciò che in fondo razionalmente quasi tutti comprendono. Rinascere fra centinaia di anni può essere solo un sogno – o, forse, un incubo. La storia londinese è però toccante, perché a 14 anni si può ancora credere nei sogni. Si può girare sul web e convincersi che la crioconservazione è una speranza. E allora in una fredda stanza di ospedale in cui la morte si avvicina, fra adulti evidentemente incapaci di parlare di Dio, quella fallace speranza diventa l’ultima cui attaccarsi. La ragazzina non pretende, come altri, maturi o vecchi, che ricorrono alla crioconservazione, una seconda vita. Lei sogna solo di poter vivere la vita che non ha avuto. Chiede soltanto di non morire del tutto, a 14 anni. Il padre, razionalmente, rifiuta.

La madre, credendoci o no, non vuole spegnere l’ultima speranza della figlia. La storia inglese in realtà non è fantascientifica, ma profondamente umana. C’è una bambina, in un Paese di sempre più dimenticate tradizioni cristiane, che non sa nulla della promessa di Cristo, della resurrezione della carne, della vita eterna. Non sa nulla, e dunque nella sua morte imminente si vede davanti un muro cieco. Ma, così giovane, non sa ingannarsi, o pensare che in fondo non importa, ciò che c’è dopo la morte. Genuinamente, fedele a una radice che c’è in ogni uomo che nasce, la ragazza di Londra non accetta di dover morire per sempre. La inorridisce il nulla, lei che si sente, nel cuore, tanto viva. E allora, non esistendo per lei alcun Dio che ci aspetta, né alcuna vita in Lui, per sempre, una quattordicenne di un mondo secolarizzato può ribellarsi, se pure in un modo che pare assurdo. Può accettare di morire solo nella speranza, fasulla, di risvegliarsi su questa Terra, un giorno, e di essere sana, e di avere ancora i suoi quattordici anni. In verità, la ragazzina di Londra si è costruita con le sue mani il sogno di un aldilà buono. Il solo che le hanno permesso di fabbricarsi. Dentro a un mondo senza speranza, in una camera d’ospedale, lei si è plasmata con le sue mani la speranza di una vita dopo la morte, nuova, sanata dalla malattia. In fondo, la fanciulla di Londra si è fabbricata, come ha potuto, il Paradiso.

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