giovedì 11 dicembre 2014
Si insiste nell’assurdo logico e verbale di «genitore 1 e 2» Al tenore Beniamino Gigli che andava a trovarlo a San Giovanni Rotondo, padre Pio da Pietrelcina sempre chiedeva che gli cantasse “Mamma”, commuovendosi poi fino alle lacrime. Nella vita si possono raggiungere vette altissime, eppure i ricordi legati all’infanzia, al rapporto con quelle due persone che stanno all’origine della tua esistenza ci terranno sempre compagnia. Abbiamo pronunciato miliardi di volte le parole “mamma” e “papà”, fin da quando abbiamo cominciato a balbettare e mai, ma proprio mai, ci è passato per l’anticamera del cervello il pensiero di offendere qualcuno. Cosa buona e giusta, all’origine di qualsiasi rapporto intelligente e civile, è non tentare mai di far dire a un altro ciò che mai ha detto e inteso dire. Anche quando capita di sentire espressioni infelici, mai è permesso a qualcuno di deformare il pensiero altrui. Di stravolgerlo o di addomesticarlo. La persona perbene, semmai, sente il dovere di aiutare a far sì che anche il pensiero dell’altro sia esplicitato al meglio. Detto questo, capisco che per portare avanti un’idea, un progetto ideologico o politico, non sempre si vada per il sottile. Capisco, ma non condivido. Le battaglie si vincono con la perseveranza, l’intelligenza, la volontà. Ma si vincono soprattutto quando sono giuste.  L’imbroglio non è consentito, mai. A nessuno e per nessun motivo. Tirare in ballo, come si sta facendo da tempo e insistentemente anche in Italia, e ora di nuovo dopo un caso scoppiato a Bari, un inesistente pericolo di “omofobia” per tentare di imporre – arbitrariamente e pericolosamente – la dizione gelida e foneticamente brutta di “genitore 1” e “genitore 2” nel linguaggio formale della modulistica e della burocrazia è un azzardo che, come un boomerang, potrebbe rivoltarsi contro chi oggi persegue a tutti i costi questo obiettivo. Eterogenesi dei fini. Non sempre ciò per cui si lotta raggiunge gli effetti sperati. A volte – e succede spesso quando le cose sono fatte male e in fretta – si ottengono risultati opposti. È falso accusare come «omofoba» una persona che non lo è, né lo è mai stata, che ha rispetto anche dei fratelli omosessuali, ma non condivide una certa linea di pensiero di azione ed esprime con libertà le sue idee in un Paese democratico e civile.  Non calpesta i “diritti” di nessuno chi motiva, per esempio, il suo disaccordo sul fatto che le coppie omosessuali possano adottare bambini o farli nascere ricorrendo al mortificante e disumano mercato delle donne povere nei Paesi più poveri del pianeta. Si discute. Da uomo a uomo. Si ragiona. Da persona a persona. Da pari a pari. Senza paraventi dietro cui nascondersi. Senza nessuna legge che, subdolamente, dichiarando obiettivi di libertà, discrimini qualcuno chiudendogli la bocca. E non solo.  Se due giovani si azzuffano in discoteca, vanno separati e aiutati a riconciliarsi. Ognuno dei due, se lo ritiene, ha poi l’ovvio diritto di denunciare l’altro. Se uno di loro, però, fosse una persona omosessuale e se la legge ipotizzata fosse vigente, questa persona troverebbe dalla sua parte un sistema di norme che lo porrebbe in una posizione privilegiata rispetto all’altro. Difficile sostenere che sia giusto. Al contrario, può essere molto pericoloso. Su queste pagine lo scriviamo da tempo. E non pochi altri lo dicono e si battono a viso aperto per sostenerlo. È un diritto di cittadinanza, e come tale lo esercitiamo. Con pacifica determinazione. Non conviene a nessuno evocare fantasmi inesistenti. I problemi vanno affrontati a viso aperto e nella verità. Crediamo che sia un colossale errore ricorrere a qualche stratagemma per tentare di imporre la dizione di “genitore 1” e “genitore 2” e, per quanto ci riguarda, lo riteniamo un assurdo logico e linguistico. Nessuno può pensare di poter cancellare con un maldestro colpo di spugna la storia di un popolo, la sua cultura, le sue tradizioni, la sua lingua, i suoi ricordi, senza creare ulteriore danni. La realtà è più resistente di ogni ideologia. 
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