Il magro futuro di un Paese di anziani
giovedì 27 aprile 2017

Dopo averci mostrato la fotografia del panorama demografico italiano per il 2016, l’Istat allarga l’orizzonte delle conoscenze e ci presenta una previsione di quelli che saranno (o potranno essere) gli scenari della popolazione italiana da oggi al 2065. Scopriamo così che quel saldo naturale fortemente negativo – più morti che nati – che si era osservato nel corso nell’ultimo biennio (nell’ordine delle 150 mila unità annue) non è stato che un’anticipazione rispetto ai deficit strutturali e ben più consistenti che si prospettano nel futuro. Un magro futuro che, per l’appunto, sembra orientato a mostrare un saldo negativo di oltre 200 mila unità già fra 5-6 anni, destinato poi a spingersi sopra le 300 mila tra circa venti, per arrivare progressivamente nel 2065 a un deficit di ben 450mila unità: con un numero di decessi che sarà pari al doppio delle nascite.

Rispetto al totale della popolazione, la prospettiva più accreditata indica una diminuzione di circa 7 milioni di residenti in quarant’anni, anche se non è da escludere, ove dovesse mancare o fortemente ridursi l’apporto migratorio, la possibilità che tale riduzione sia persino pari al doppio, così da far scendere a 46 milioni di abitanti la stima al 2065. Come si vede, il quadro non sembra affatto roseo. Alla luce di quanto va emergendo, persino il record (al ribasso) dei 474mila nati del 2016 sembra un risultato invidiabile; quanto meno se confrontato con la prospettiva dell’inarrestabile ulteriore calo che sfocerebbe nelle 421 mila nascite del 2060. Eppure non si tratta né di scenari fantasiosi, né esageratamente pessimistici. È la semplice traduzione, in chiave di futuro, di ciò che abbiamo osservato e più volte denunciato – anche su queste pagine – con una crescente preoccupazione nel corso di questi anni.

La fotografia del 2016, attraverso gli 'Indicatori demografici' recentemente forniti dall’Istat – e da cui si sono colti i segnali allarmanti non più tardi di due mesi fa – non è stata che il primo fotogramma di un film che sembra destinato a proporre le stesse scene. Seguendo un copione che ripete per inerzia fenomeni e tendenze che non si riesce a modificare anche perché, viene il dubbio, neppure si cerca di farlo, seriamente e efficacemente. Il fatto che fra un trentennio il 34% dei residenti avrà oltre 65 anni e solo il 12% ne avrà meno di 15 (oggi siamo rispettivamente al 22% e al 14%) non dovrebbe forse suscitare qualche domanda su come sarà un Paese con quelle caratteristiche? Scoprire che, nello stesso arco temporale, gli attuali 700 mila ultranovantenni diventeranno oltre 1,5 milioni, non dovrebbe lasciar intendere numerosi aspetti problematici?

Ma tutto ciò non dovrebbe anche stimolare iniziative per arginare e governare cambiamenti così impegnativi? Non c’è dubbio che, oggi più che mai, esiste in Italia una crisi demografica destinata a sconvolgere gli equilibri della società, ma è altrettanto indubbio che fronteggiarla incredibilmente non è considerato una priorità. Per alcuni questa è semplicemente 'l’altra crisi', quella meno importante. Quella che, benché ormai ricorra periodicamente non solo su questo giornale, si può accantonare facilmente.

Anche perché la crisi demografica – diversamente dalla crisi economica – non influenza ancora la qualità della vita nel nostro tempo. La debolezza della demografia è che si muove come la lancetta piccola dell’orologio, quella che segna le ore: indica un cambiamento importante, ma lo fa con spostamenti impercettibili. Per questo, quando arrivano le previsioni demografiche che, con sguardo lungo, mostrano le grandi trasformazioni verso cui stiamo andando, dobbiamo saper cogliere l’occasione per affrancarci da una visione statica e limitata al presente. Dobbiamo sforzarci di vedere negli scenari che vanno configurandosi (al 2065 o ancor più in là) quella che sarà comunque la 'nostra' società. Una società che noi stessi – poco importa se saremo presenti o meno – stiamo contribuendo a realizzare per le generazioni che verranno. Bisogna certamente decidersi a governare e a regolare il flusso migratorio, dopo troppi anni di riduzione di questa realtà (e opportunità) a puro problema.

E soprattutto bisogna far diventare centrale e prioritario l’obiettivo di investire risorse sulla famiglia, in quanto motore di quel più equilibrato ricambio generazionale che gli scenari demografici indicano come sempre più lontano. Il tracciato descritto dalle previsioni è tuttora un 'progetto sulla carta', fondato ma non inesorabilmente deciso. Non dimentichiamo che è ancora possibile fare in modo – e chiedere che si faccia in modo – che una 'variante in corso d’opera' possa renderlo più simile a ciò che vorremmo, per noi e per chi verrà dopo di noi.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI