sabato 17 gennaio 2015
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​Gentile direttore,
è stato appena celebrato all’estremo limitare del 2014, il decimo anniversario della morte, avvenuta a Modena il 29 dicembre 2004, di un grande testimone dell’Italia del Novecento: Ermanno Gorrieri. In un tempo spesso vessato da un eterno presente che schiaccia insieme passato e futuro, che cosa ci può ancora dire questo padre della Repubblica? È il tempo della crisi economica, occupazionale, democratica, relazionale che ci rende attuale e urgente la figura di Ermanno Gorrieri. Come affermò Pietro Scoppola nel duomo di Modena nel giorno del commiato: «Bisognerà studiarne la vita e riproporla alle giovani generazioni», perché non possiamo non essergli grati di «aver combattuto per la nostra libertà nella Resistenza, nella famosa Repubblica partigiana di Montefiorino», ma soprattutto dobbiamo «essergli grati per come ha combattuto: senza esitazioni, ma con la sofferenza per l’inevitabile uso della violenza, senza consentire la morte della pietà». Coerentemente con la Resistenza l’impegno di Gorrieri, fu dedicato ai meno abbienti, agli emarginati, fedele al titolo del suo ultimo libro, che riecheggiava la massima di don Lorenzo Milani: «Non si può far parti uguali fra disuguali». Da cooperatore nel mondo contadino, da studioso, da sindacalista, da politico (fu, per un breve periodo, anche ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale) con la rarissima capacità di lasciare in tempi brevi, quanto giusti, le cariche di potere e di unire sempre responsabilità, impegno, disinteresse. Anche disobbedienza, quando necessario. Nelle varie vesti del sua opera instancabile si occupò in particolare di tre grandi temi: i problemi retributivi, le politiche familiari, la comprensione e la lotta rispetto alla povertà. Come ha scritto Pierre Carniti, Gorrieri, oltre che di indiscussa competenza sui problemi sociali, era, grazie anche al suo essere credente: un «uomo dialogante», sensibile all’esortazione di Giovanni XXIII a «parlare con gli uomini, non accusarli». Sapeva, continua Carniti, «collocarsi senza incertezza all’incrocio della speranza con la fede. Speranza e fede considerate insieme come culmine e come dovere del cristiano». Un cristiano che viveva nella lacità e nell’autonomia la propria fede e il proprio impegno e che ha saputo essere un grande testimone. Alcuni anni fa uscì la sua “ultima” intervista postuma, rilasciata pochi giorni prima della morte allo storico Paolo Trionfini. L’intervista si chiude con un abbozzo di bilancio tracciato da Gorrieri sul senso della traiettoria da lui percorsa, sollecitato dalla domanda se ne era valsa la pena: «Non si deve rivolgere a un vecchio questa domanda. Un vecchio – risponde Gorrieri – non è portato all’ottimismo. Dal punto di vista personale senz’altro. Credo di aver fatto il mio servizio. Dal punto di vista dei risultati, ne è valsa la pena se sono abbastanza saggio per capire che si lavora per cento e si ottiene uno». È una battuta in cui si può ritrovare integralmente lo spessore di Gorrieri, uomo che ha forse dato “uno” in termini di risultati consumati sotto i riflettori della cronaca, ma che ha consegnato alla storia “novantanove battaglie” di una vita che attende nuovi interpreti e una eredità da non dissipare.
Francesco Lauria
Mi piace molto, gentile dottor Lauria, l’immagine delle «novantanove battaglie» lasciate in eredità da Ermanno Gorrieri, che proprio ieri, grazie alla bella iniziativa di tre Fondazioni, è stato ricordato a Modena nel decennale della morte. Sì, mi piace anche se sono convinto che la «battaglia», in realtà, sia una sola: quella per rendere più giusta, umana e accogliente la nostra società italiana ed europea, proponendo a noi stessi e al mondo un modello di sviluppo umano, di integrazione nel rispetto e nella valorizzazione delle differenze e di riscatto dalla miseria (da quella povertà, cioè, che non è frutto di una consapevole scelta di vita, ma è il risultato di indifferenza, ingiustizia, imposizione). Poi però mi viene da pensare che, in effetti, i fronti aperti sono decine e decine, e che dunque numeri così pesanti – cento sfide, una sola vittoria – e la schiacciante sproporzione tra la semina e il raccolto di una vita d’impegno possano sottolineare la vasta responsabilità comune che ancora incombe su cristiani e persone di buona volontà per costruire quel “modello” che, oggi più di ieri, serve alla nostra Italia e che, sulle tre gambe da lei ricordate (nodi retributivi, politiche familiari, risposte alle povertà), rappresentò la coerente fatica di Gorrieri. Una figura di cattolico impegnato nel sociale, che anche in politica portò un grande senso del dovere e non una smania di potere e, certo, nessun inchino ai totem di quel «pensiero dominante» che, ci avverte oggi papa Francesco, genera le mortificanti culture dell’indifferenza e dello scarto. Una figura che proprio per questo sono contento di poter richiamare alla vigilia della vicenda politica e istituzionale dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. In quell’altissimo ruolo abbiamo bisogno di una figura di questa dirittura morale, e di questa profondità umana e cristiana nel servizio alla comunità nazionale.
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