Il «candidato sicuro» lascia l'amaro in bocca
di Marco Berchi
Che effetto fa essere campione del mondo?». «Frastornato ma felice». «Emozionato?». «Essere nel novero di tanti nomi illustri colpisce. Ma resto una persona semplice. E adesso mi scusi, ma devo correre ad allenarmi per la finale». Immaginate un’intervista così a uno dei protagonisti della finale dei Mondiali di calcio. Immaginate di leggerla non dopo, ma prima della partita. Avendo escluso che giornalista e calciatore siano sotto effetto di sostanze psicotrope, pensereste che Calciopoli abbia raggiunto livelli impensabili: la partita più importante deve ancora essere giocata, ma già si sa chi ha vinto. E lo si intervista. Prima. Bene. Anziché lo sport prendiamo in considerazione la politica italiana: di interviste vere del tutto analoghe a quella immaginata se ne vanno leggendo non poche, in questi giorni, soprattutto sui periodici locali, più vicini a territori e candidati di riferimento. Ne ho di fronte una. Ecco alcune fra le domande: «Pensa mai al fatto che tra qualche settimana sederà a Palazzo Madama?». «È emozionata di entrare in quel consesso?». «Che rapporto avrà da Roma con il territorio?». Lo sguardo corre in cima alla pagina: un giorno di questo gennaio. Si vota il 24 febbraio. Il collega potrebbe essere biasimato. Ma par già di sentire la sua difesa: non siamo ipocriti, la senatrice (pardon, la candidata) è collocata in lista in un posto che le garantirà di essere eletta. E la candidata (pardon, la senatrice), a chi le obiettasse il cattivo gusto di annullare un sussurrato «se riuscirò ad arrivare a Roma» con un ben più nitido «avrò una persona che collabora con me e mi impegno il venerdì, il sabato mattina e il lunedì a ricevere le persone nella sede…», la candidata certo non si è fatta problemi, data la visibilità garantita. Che c’è di nuovo? dirà qualcuno. Il Porcellum, ahinoi, lo conosciamo. È una legge per la quale – i lettori di "Avvenire" lo sanno bene e da anni – è difficile trovare aggettivi sufficientemente negativi. Una legge la cui mancata modifica è stata giustamente indicata da più parti e anche dal capo dello Stato come una delle più gravi inadempienze di deputati e senatori uscenti, ma soprattutto dei capipartito che della potestà di designazione degli eletti largamente si avvalgono. E poi, i "posti sicuri" son sempre esistiti, con qualsiasi meccanismo elettorale. Vero. Ma un conto erano e sono i capilista d’antan e di oggi e i seggi blindati per conformazione sociale e cultura storica di certi territori. E un conto sono situazioni come quelle cui torniamo ancora una volta ad assistere, proprio in un momento in cui la partecipazione attiva della gente alla cosa pubblica ci è necessaria come l’ossigeno. Infatti, episodi mediatici come quello descritto ti fanno provare la sensazione di sentirti pestare un callo: sapevi di averlo ma non sei grato a chi ha provveduto a ricordartelo. La signora – e con lei molti altri signori – è già sicura di andare a Roma. Se magari evitasse di sottolinearlo, per noi elettori sarebbe – come dire? – più facile convincersi della necessità e dell’utilità di andare a votare. Bandiera (e scheda) bianca, dunque? Niente affatto. Piuttosto una timida ma tenace proposta ai partiti, ai capi coalizione, ai candidati premier e ai premier non candidati ma impegnati, insomma a tutti: dividetevi su tutto ma prendete insieme il solenne l’impegno di cambiare la legge elettorale. Qualcuno lo ha già dichiarato. Gli altri provvedano.
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