I tre tragici naufragi di Natale frutto amaro dell'indifferenza
martedì 28 dicembre 2021

Il Natale 2021 ha i volti delle decine di morti, anche donne, bambini, neonati, in tre naufragi tra le isole greche. Altrettanti barconi affondati nelle gelide acque invernali nel viaggio della speranza verso l’Italia. Morti di colpevole indifferenza. Morti prevedibili, purtroppo, e previsti da quei pochi che avevano seguito con preoccupazione la rotta turca. Ma non è il momento delle recriminazioni, quanto piuttosto di analisi e interventi. Finalmente. Perché questo Natale ha anche i volti degli oltre 1.100 approdati con undici barche, due in Salento e nove in Calabria. Tre arche cariche di esseri umani perdute, undici poste in salvo grazie all’abnegazione dei marinai della Guardia costiera e della Guardia di finanza e del personale altre Forze dell’ordine e della Protezione civile. Grazie alla rete della solidarietà che unisce istituzioni e realtà ecclesiali e associative.

La rotta turca non si ferma, neanche a Natale. Ma continua a essere una rotta di serie B e anche i morti sono morti di serie B e non meritano attenzione mediatica e politica, anche se sulle barche dei trafficanti turchi quest’anno sono arrivate 11mila persone, circa il 20% di tutti gli arrivi del 2021. Mai prima così tanti. Eppure, a livello nazionale nessuno (fuori da queste pagine) ha raccolto gli appelli del sindaco di Roccella Ionica, Vittorio Zito e del vescovo di Locri, Francesco Oliva. Nessuno ha raccontato la silenziosa accoglienza dei cittadini della Locride e del Salento: mai una protesta e tanta solidarietà. Nessuno ha fatto emergere l’impegno quotidiano delle Forze dell’ordine, in mare e in terra. Per soccorrere, per salvare.

Perché questo silenzio? Forse perché queste persone non sono passate per l’inferno libico? Ma anche questi uomini, queste donne e questi bambini vengono da Paesi dove la sofferenza è quotidiana: Afghanistan, Iraq (soprattutto curdi), Siria, Libano, Palestina... Si è sentito dire che 'questa è una rotta per chi può pagare', 'più sicura', addirittura 'comoda'. Certo, non si tratta dei gommoni che partono già precari dalla Libia, ma di barche a vela o di pescherecci, ma si viaggia ugualmente stipati e per più e più giorni. Tante famiglie e tanti bambini. E i rischi non sono meno gravi.

I tre naufragi di Natale, ai quali bisogna aggiungere quello del 26 ottobre, ne sono la drammatica conferma. Su questa rotta può succedere davvero di tutto. Abbiamo raccontato delle barche, ma anche dei container pieni di curdi yazidi arrivati fino al porto di Salerno. Ma nessuno alza la voce, nessuno si fa sentire. Neanche quando dalle barche scendono bimbi nati a bordo o bambine disabili gravi. I trafficanti turchi, e i loro complici italiani, hanno vita facile. I riflettori restano bassi, o addirittura spenti, anche sul comportamento più che tollerante del governo della Turchia, nazione Nato, che usa spregiudicatamente gli immigrati come arma di pressione sull’Unione Europea. Così le barche partono anche in pieno inverno, così si muore o si arriva, spesso per un colpo di fortuna. E soltanto i morti, alla fine, trovano un po’ di spazio nell’informazione e nel dibattito politico. Ma poco, e per poco. Mentre troppi continuano a morire. Anche a Natale.

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