Il caso Statale di Milano e altre ferite
mercoledì 6 settembre 2017

La notizia della bocciatura, da parte del Tar del Lazio, dell’istituzione del numero chiuso stabilito dall’Università degli Studi di Milano anche per i corsi di laurea in discipline umanistiche (Lettere, Storia, Filosofia, Geografia, Scienze dei Beni Culturali e Lingue), ha gettato nello scompiglio i vertici dell’ateneo milanese, ma anche le centinaia di studenti che si erano iscritti ai test selettivi, ora sospesi. Per parte sua, il rettore della Statale, Gianluca Vago, ha annunciato un’azione d’urgenza presso il Consiglio di Stato per chiedere la sospensione della sentenza del Tar, che aveva accolto il ricorso dell’Udu (Unione degli universitari), preoccupata per quella che veniva vista come una limitazione del diritto allo studio. Intanto le aspiranti matricole rimangono nell’incertezza relativa al loro immediato futuro, essendo per ora stati ammessi “con riserva”, in attesa della decisione finale degli organi competenti. Si può discutere sull’opportunità di stabilire tetti numerici alle iscrizioni.

C’è però un elemento di ragionevolezza molto concreto, legato, banalmente, alla logistica: nel momento in cui ho un’aula che può ospitare 100 studenti, se ne accolgo 200 determinerò una sicura disfunzione nella didattica. È quanto sperimentavamo, nei primi anni ’90, noi studenti di Lettere alla “Sapienza” di Roma, che all’epoca (non so se sia ancora così) aveva fama di essere, con i suoi oltre 100mila iscritti, il secondo ateneo più popoloso del mondo (dopo quello di Città del Messico): gli insegnamenti fondamentali (Letteratura italiana, Letteratura latina ecc.) si tenevano nelle aule più capienti, in cui però non riuscivano a entrare tutti gli studenti che volevano seguire i corsi.

Chi si accampava per terra, chi rimaneva in piedi. Nelle prime settimane, c’era chi si svegliava prima dell’alba per andare a “prendere i posti” (per sé e per qualche compagno) per le lezioni delle prime ore. Risultato: seguire i corsi era molto difficile e in tanti si scoraggiavano dal frequentarli, illudendosi di poter preparare gli esami da “non frequentanti”. Forse stava anche in questa criticità una delle ragioni degli alti numeri della “dispersione” (cioè degli studenti che non arrivavano alla laurea) nelle università italiane rispetto a quelle degli altri Paesi europei. Tuttavia, al di là della questione degli spazi, delle aule, dei laboratori, delle biblioteche, c’è anche, ancora più importante, quella del rapporto docentistudenti: la normativa vigente stabilisce infatti che ci debba essere una proporzionalità tra gli iscritti a un corso di laurea e i professori. In questo senso la vicenda della Statale, davvero emblematica, riaccende i riflettori sulla situazione estremamente critica in cui oggi versa la maggior parte degli atenei italiani.

Negli ultimi anni le assunzioni del personale sono state fatte con il contagocce, tanto da compensare i pensionamenti soltanto in misura assai ridotta. Ciò ha determinato un’ingente sofferenza del sistema: l’opzione per il numero chiuso a Milano è figlia anche di questo. Per evitare il ripetersi di situazioni di conflittualità tra istituzioni statali (qui da un lato abbiamo l’università, dall’altro la giustizia amministrativa), bisognerebbe che il Governo affrontasse veramente il problema delle risorse insufficienti assegnate agli atenei. Domenica la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, ha annunciato, intervenendo al Forum Ambrosetti di Cernobbio, un piano straordinario di investimenti per l’università: 400 milioni di euro per la ricerca di base oltre allo sblocco del turnover. Il Tar ha difeso il principio, sacrosanto, del diritto allo studio. Ed è appunto lo Stato che deve rendere questo valore effettivo, non solo teorico.

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