I taleban dell'aborto
giovedì 8 dicembre 2016

Patria dei lumi spenti. Neanche una settimana fa, in Francia, l’Assemblea Nazionale ha approvato una legge che estende il reato di «intralcio all’aborto» (fino a due anni di prigione e 30mila euro di multa) a chiunque diffonde, anche online, a scopo dissuasivo, notizie ingannevoli sulla natura o le conseguenze mediche dell’aborto. Neppure il tempo di rendersi conto dello choc culturale che l’incriminazione introduce come una frustata – alla vita, al pensiero, al web – ed ecco che il Senato l’approva a sua volta, solo cercando di dare al testo un pudore residuo: si condanna il fatto di «esercitare pressioni morali e psicologiche con ogni mezzo verso le persone che cercano d’informarsi sull’Ivg».

Ma è un pudore da foglia di fico, che procura il rinvio a un procedura che non impegnerà altro che una commissione paritetica, con esito probabilmente scontato.Dunque le voci in difesa della vita, le voci che rammentano che il figlio nel grembo è un essere umano, che è vivo, che è uno di noi e che l’aborto lo fa morire, che l’aborto ferisce nel profondo la madre stessa, che cercare alternative ai problemi della maternità difficile significa proteggere la maternità, che vi sono persone e associazioni che offrono aiuto e presenza e dialogo e sostegno, anche economico al bisogno, dunque tutte queste voci sono zittite, minacciate, espulse come parole delittuose? Vogliamo continuar a credere, o almeno a sperare, che nella tradizione giuridica francese, che annovera grandi maestri del passato, si sappia distinguere dentro il dialogo umano - che è di sua natura fatto di argomenti e di opinioni - la "forzatura" che costringe dalla "proposta" che invita e rispetta, prima di riempire le galere di dissenzienti.

Ma intanto il segnale minaccioso è stato calato; e il suo senso storico è una specie di blindatura del progetto abortivo individuale, dietro inviolabile schermo, come se ogni colloquio o contatto con la donna (che può essere incerta, angosciata, disperata), indicante le ragioni della vita, fosse un’intrusione.No, è piuttosto in questa norma collerica che si annida una violenza per certi versi talebana. Essa dimentica che le parole «l’aborto è sempre una sconfitta» sono di Simone Veil, ministro che ha dato il nome alla originaria legge francese sull’aborto. Dimentica che la voce d’invito alla vita è voce di soccorso: che ne sa della solitudine, del bisogno di molte donne di trovare ascolto, accoglienza, consiglio? Che cosa spinge, infatti, i pro-life che tengono un telefono di Sos acceso giorno e notte, ad occuparsi delle vicende in cui una maternità difficile, sofferente, angosciata, solitaria, è minacciata di finire in sconfitta?

E' semplicemente la sollecitudine umana, la solidarietà, (la fraternité se vogliamo usare la parola di quella bandiera), o in termini di vangelo la carità. Dimentica, infine, la dimensione sacra della vita umana, sostituendovi una sorta di sacralità inversa del diritto di abortire; contrappasso che appunto si può chiamare talebano, perché mentre dissacra i valori che abbatte consacra i suoi idoli (a questa stregua si possono accendere turiboli d’incenso alle sacre matite satiriche di 'Charlie Hebdo', anche dopo lo scherno del terremoto 'amatriciano', per il sacro diritto di satira). Ma se neppure ai buffoni si può togliere la libertà di pensare da buffoni, che senso ha zittire l’aiuto alla vita che offre soccorso per prevenire la tragedia dell’aborto? È libertà o pulizia del pensiero? E i difensori della libertà d’opinione dove sono finiti? Tutti ammutoliti e plaudenti?

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