I modi del dialogo (anche epistolare) e la forza viva di memoria e parole
giovedì 28 maggio 2020

Gentile direttore,

come italiana che vive da oltre 50 anni altrove (quasi sempre in Germania) sono molto contenta che internet mi permetta di leggere regolarmente stampa italiana. “Avvenire” è diventato il mio giornale preferito. Seguo con particolare interesse “Il Direttore risponde” e mi ha colpito molto lo scambio di lettere di domenica 17 maggio pubblicato online su Avvenire.it già la sera di sabato 16 maggio, e questo per tre ragioni: 1) dalla lettera della signora Farina Coscioni e del signor Vecellio ho appreso storie raccapriccianti di criminale sfruttamento e anche storie consolanti di aiuto agli ultimi (qui un gruppo di transessuali) da parte di un parroco e dell’elemosiniere del Papa; 2) sono completamente d’accordo sul tenore della lettera e della risposta; 3) pur sapendo pochissimo degli scriventi, posso immaginare che non ci sia accordo su tutti gli argomenti tra lei e gli autori della lettera, il che non impedisce di usare un tono rispettoso e cordiale, cosa che non mi stupisce, conoscendo il giornale.

Quel che segue ora è, in fondo, una seconda lettera che solo molto marginalmente è in rapporto con quanto ho appena finito di scrivere. Premetto che la mia biografia (già dall’inizio: lombarda con padre napoletano) mi ha portato ad avere rapporti familiari e di amicizia con persone di provenienze geografiche e culturali molto diverse, in particolare sul piano religioso il mio impegno (molto locale) nel dialogo prima interconfessionale e più tardi anche interreligioso mi ha portato a sviluppare una certa “sensibilità” protestante, ebraica, islamica, agnostica. Questo evidentemente mi espone a sentirmi spesso punta (e qualche volta ferita) da espressioni che vengono pronunciate o scritte magari senza malizia. Tra queste c’è la parola “fariseo” che anch’io ho adoperato a lungo in senso negativo. Nel frattempo la mia frequentazione di ebrei e di scritti ebraici mi ha mostrato che il farisaismo è stato un movimento con aspetti molto innovativi che ha permesso il formarsi dell’ebraismo senza tempio, basato sull’osservanza della legge; un movimento a cui apparteneva san Paolo e forse anche Gesù. Un amico ebreo mi diceva giorni fa che ai suoi occhi le dispute tra Gesù e alcuni farisei sono paragonabili alle dispute in uso nell’ebraismo fino ai nostri giorni. Questo non toglie che tra loro ci fossero ipocriti, vanitosi ecc. Le scrivo non per lamentarmi di aver trovato la parola “farisei” su “Avvenire” ma perché vorrei tanto che i cristiani (quelli normali, non teologi) si rendessero conto delle loro radici ebraiche. Evidentemente è difficile tener ben presenti le due nature di Gesù (si tratta di un mistero): per alcuni sembra persino difficile ricordarsi che nel suo passaggio sulla terra era ebreo. Mi scusi per la lungaggine. Saluti cordiali e tanti auguri per il suo lavoro.

Elisabetta Abate Hofelich, Mülheim an der Ruhr (Germania)


Grazie davvero per la sua intensa lettera e per le annotazioni che contiene, gentile signora Elisabetta. Le accolgo con gioia, rispetto e interesse. Una delle cose più belle della bellissima fatica di dirigere “Avvenire” è il rapporto con i lettori, e specialmente con lettrici come lei. Certo, non proprio sempre i toni delle lettere sono tali da suscitare rispetto e cordialità, ma molto spesso sì. E sono molto contento che negli anni siano cresciuti coloro che cattolici non sono eppure leggono con piacere (e interloquiscono volentieri, di quando in quando) con un giornale che vive la propria ispirazione cattolica proprio offrendo laicamente a tutti l’informazione di qualità che realizza e l’opinione che investe nel dibattito pubblico. Il non pieno accordo su questioni di diverso peso e valore coi lettori è sale necessario e per certi versi inevitabile del rapporto tra una testata, anche di questa, e i suoi lettori, che restano tali non solo e non tanto perché sono “entusiasti”, ma perché sono “interessati” a ciò che il giornale dice. Per questo ho scritto più volte di essere felice e un po’ orgoglioso della “gente d’Avvenire”, cioè di coloro che – comunque la pensino – continuano a scegliere questo giornale e ne comprendono l’impegno informativo e la serena coerenza.

E vengo alla “seconda lettera”, cioè alla seconda parte di quanto mi scrive e che trovo, nonostante lei non voglia insistere sul punto, in intima connessione con la prima. Se mancano rispetto, disponibilità all’ascolto e voglia di capire, nessun dialogo è mai possibile. Sulle pagine di un giornale come nelle relazioni familiari, sociali e ovviamente interreligiose. L’impegno a “sentire” con la sensibilità dell’altro – come lei suggerisce – è molto importante. E non significa perdere se stessi, ma farsi prossimi. Le confesso che, proprio per il motivo che lei ricorda, provo un senso di disagio e la voglia di mordermi la lingua ogni volta che mi sale alle labbra in senso dispregiativo la parola “fariseo” (o l’aggettivo “farisaico”), sebbene abbia chiaro – come attestano tutti i vocabolari, complice anche Dante Alighieri – che in italiano è ormai diventata sinonimo di “non limpido, ipocrita, vanamente formalista”. Sono però tra quanti pensano che le lingue sono davvero “vive”, e perciò ricche di memoria oltre che capaci di novità, quando si sviluppano superando errori di senso, storture e persino piccole o grandi “ingiustizie” fattuali e concettuali. E so che senza consapevolezza delle radici è molto difficile incontrarsi e impossibile continuare a crescere. Ricambio cordialmente saluti e auguri.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI