L'Italia, la Francia e l'Europa che sarà
martedì 18 dicembre 2018

Le attuali regole dell’Unione Europea non sono certo il migliore dei mondi possibili. Ma questo non vuol dire che dobbiamo sbattere la testa contro un muro o fare i kamikaze. I problemi causati dalla Brexit sono la migliore terapia per chi pensa che uscire dall’Europa sia la soluzione di tutti i problemi. Il governo italiano sembra aver finalmente imparato la lezione. L’Ue va cambiata dall’interno e le prossime elezioni europee sono un’occasione molto importante in cui le famiglie politiche dei Paesi membri possono presentare programmi per un decisivo rinnovamento.

Intanto, in questi giorni, si gioca il derby Italia-Francia sulle regole del deficit. La Commissione Ue sembra chiudere un occhio sullo sforamento del rapporto deficit/Pil del Governo di Parigi che sale al 3,5% sotto la pressione della violenza dei gilet gialli mentre è stata intransigente verso il 2,4% e sembra accontentarsi (probabilmente lo farà) del 2,04% su cui il Governo italiano ha ripiegato. Stendendo un velo sulle debolezze della proposta di revisione italiana (previsioni generose sulla spending review e sulla crescita del Pil, ma non solo) è lecito domandarsi se questa differenza di trattamento sia ingiusta.

Qualche differenza tra Italia e Francia c’è. La crescita/diminuzione nel tempo del rapporto debito/Pil e dunque la sua sostenibilità dipende da altri tre parametri chiave oltre al deficit. Il livello di partenza dello stesso rapporto (oltre il 132% per l’Italia, attorno al 97% per la Francia), il costo medio degli interessi che paghiamo sul debito (circa un punto percentuale in meno in Francia, perché quel debito è considerato meno rischioso), il tasso di crescita del Pil atteso (più alto in Francia che in Italia nelle previsioni) e l’inflazione (più o meno la stessa nei due Paesi).

Se mettiamo assieme tutte queste variabili scopriamo che il 3,5% francese e il 2% italiano producono sulla dinamica del debito del proprio Paese lo stesso effetto, orientandolo verso una lieve riduzione o, alla peggio, stabilizzandolo. Questo non vuol dire che, se guardiamo alla lettera delle regole europee (che vanno assolutamente cambiate e rese più semplici, focalizzandosi su un semplice obiettivo di evitare l’aumento del rapporto debito/Pil), il rischio di fare due pesi e due misure non ci sia.

C’è, eccome. Ma questo non vuol dire che l’Italia non debba preoccuparsi di costruire una Manovra che non peggiori la sua condizione debitoria della quale ultimo giudice sono i risparmiatori italiani ed esteri e non la Commissione europea. Fuori dalla battaglia dei decimali si apre una stagione importante che ci porterà alle elezioni europee. Ci siamo già dentro.

Ed è il momento di costruire un progetto di Europa diverso e di presentarlo agli elettori. Un intento sul quale in Italia concordano, in teoria, tutte le forze politiche. Purché sia chiaro che la via giusta non è meno Europa o l’uscita dall’Europa, ma più Europa e un Europa differente. È l’ora di smetterla con le nostalgie di una 'età dell’oro' della sovranità, che non c’è mai stata e che confondono cause ed effetti. Come ha ricordato Mario Draghi in questi giorni in un discorso all’Università di Pisa, prima dell’entrata nell’euro, l’Italia viveva periodi di inflazione anche a due cifre, era col cappello in mano alla ricerca di prestiti in valuta estera e subiva senza alcuna voce in capitolo le decisioni di politica economica tedesca.

Le variazioni verso l’alto dei tassi dei Paesi guida (Germania e Stati Uniti) rendevano infatti impervia la navigazione per Paesi meno forti e con situazione debitoria elevata che dovevano offrire rendimenti ancora migliori per evitare crisi di liquidità alzando il costo del credito per le imprese. Le proposte per valorizzare molto di più la massa critica del gigante europeo sono tutte sul tavolo. Dall’assicurazione europea sui depositi bancari, a forme di riassicurazione e garanzia delle reti di protezione europee contro la povertà che darebbero il segnale fondamentale di un’Europa a favore dei più deboli.

Fino alle diverse forme di condivisione del rischio subordinate al rispetto delle regole come in nuce è previsto anche nel progetto franco-tedesco di revisione delle politiche fiscali. È il momento di un appello agli elettori che porti al Parlamento europeo forze politiche decise a realizzarle. E il vento necessario per tenere la rotta ha bisogno del nostro contributo alle urne.

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