domenica 11 agosto 2013
Impossibile non essere d’accordo sulle nuove norme a proposito del reato che va sotto il nome di «femminicidio». Le cronache parlano di una donna uccisa ogni due giorni circa, di 99 vittime nei primi mesi di quest’anno, e dunque è giusto che il governo faccia subito mente locale, studi ed emani i provvedimenti che ritiene adatti per prevenire e punire questa violenza. Si può discutere se i provvedimenti siano abbastanza efficaci, se potevano esser presi prima, ma non che vengano finalmente emanati. Fatta la legge sul «femminicidio», la parola «femminicidio"»diventerà stabile e ufficiale, d’ora in poi indicherà per tutti, su tutti i media, la violenza di coppia.Ma è – questo voglio dire – una parola sbagliata. Perché con questa parola pare che si tratti di «uomini che odiano le donne», di un odio di genere, maschi contro femmine. Non è così. Questi violenti che picchiano, feriscono, minacciano, perseguitano o uccidono, non odiano le donne in generale, ma in particolare le donne con cui vivono o hanno vissuto, che sono le loro mogli o conviventi, da cui hanno avuto dei figli. Hanno una relazione stretta con queste donne, una relazione che le rende importanti e uniche nella loro vita. E adesso odiano proprio questa importanza, questa unicità. Vorrebbero distruggerla. Per distruggerla, distruggono chi la incarna. Non perché è una donna, ma perché è «quella» donna, la donna che segna la loro vita. Una volta si chiamava uxor, e dava il nome a questo tipo di delitto. Oggi ha diversi altri nomi, compagna, partner, amica, ma quando scattano questi crimini è pur sempre vittima dello stesso rovesciamento che l’uomo imprime alla relazione: dall’amore all’odio. Perché ci fu un tempo in cui c’era amore nella relazione, altrimenti la relazione non sarebbe nata e non sarebbe proseguita, e non avrebbe generato dei figli. Ma il rovesciamento dell’amore in odio fa odiare o disprezzare tutto ciò che la relazione ha prodotto. Anche, e in primo luogo, i figli. È stupefacente leggere nelle cronache le minacce con cui il marito o ex-marito o compagno, comunque il padre, minaccia la madre di vendicarsi sui suoi figli. «Ricòrdati che hai due figli» è un’espressione assurda e psicotica, perché quelli sono anche suoi figli, di lui. Il rovesciamento della coniugalità in rancore rovescia la genitorialità in indifferenza. Chi odia la moglie, madre dei suoi figli, è indifferente ai suoi propri figli. Se li fa soffrire, o addirittura morire, sente la loro sofferenza, o la loro morte, come un completamento della sofferenza o della morte che infligge alla loro madre. Sto cercando di spiegare perché il termine «femminicidio» è inadeguato rispetto a «uxoricidio»: uxor è molto più di femmina, c’è in uxor una carica di relazione che in «femmina» e dunque in «femminicidio» va perduta. E il concetto di uomini che perseguitano le donne non fa capire bene questo crimine. Queste non sono donne, ma mogli-madri. È per questo che sono odiate, perseguitate, punite. Ed è per questo che il crimine è tanto più grave, e dunque più gravi devono essere le punizioni. Il marito persecutore che minaccia: «Ricòrdati che hai due figli», vuol dire che non si sente legato ai figli, legata è lei. E allora minaccia o perseguita lei alla presenza dei figli, la presenza dei figli non lo frena ma lo eccita. Questo incrementa la gravità del reato, e deve dunque incrementare le pene. Nello stesso tempo, incrementa nella moglie-madre la paura, e dunque l’incapacità o l’impossibilità di difendersi. Anche in futuro, nei mesi avvenire, o per tutta la vita. Patiti l’oltraggio o le percosse, la donna tenderà a non fare denuncia, per cancellare l’evento dalla sua mente e da quella dei figli. Se ha sul corpo tracce della violenza, ferite, lividi, le nasconderà. Farà questo non perché donna, ma perché madre. Ben venga dunque questa legge sui crimini coniugali o familiari. Peccato che arrivi sotto quel nome, «femminicidio», che toglie al reato la parte più grave e più odiosa della colpa.
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