venerdì 8 dicembre 2017
Il «Mein Kampf» esce in edizione critica in italiana: va letto il manifesto politico di Hitler? E come?
Fare i conti con il male senza mai giustificarlo
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Fare i conti con il nazismo, studiare le radici del 'male radicale' di cui parlava Hannah Arendt, elaborare gli angoli più bui della storia europea, tutto ciò può sembrare persino un dovere della coscienza civile contemporanea. Ma ha senso ritradurre, ristampare e divulgare oggi il manifesto programmatico, con le relative farneticanti teorie del complotto pluto-massongiudaico costruite con argomenti retorici pieni di veleno antisemita? E come parlarne serenamente alla luce della 'storia degli effetti' che quel testo ha dolorosamente procurato a milioni di persone nel cuore dell’Europa? Soprattutto poi come insegnare a decifrare e capire un documento storico, perché documento certo è, senza esporsi al rischio che tale scopo venga frainteso o addirittura capovolto e, invece che alla comprensione, serva alla giustificazione di quelle teorie e degli eventi che hanno generato, stimolando magari nostalgia ed emulazione in un frangente storico di revival di ideali populisti e di retorica antisemita?

Confesso di essere tra quanti, nel tempo, hanno cercato di rimuovere il confronto con questo testo. Spazzatura, scorie dell’irrazionalità, veleno appunto. Eppure, forse, di una 'edizione critica', che faccia ragionare con note storiche accurate, domande intra-testuali e ipotesi interpretative vi era un qualche bisogno. Il male, anche quello più osceno, è pur sempre opera di esseri umani e come ogni fenomeno che appartiene alla storia può essere studiato, decodificato e compreso, se abbiamo gli strumenti idonei. Anche il Mein Kampf ossia 'La mia battaglia', i due tomi che Hitler (allora in carcere per un fallito colpo di Stato) scrisse, un po’ autobiografia e un po’ profezia politica, a partire dal novembre del 1923 e che pubblicò un paio d’anni dopo, nel ’25 e nel ’26. Liquidato spesso come mera propaganda del nascente partito nazionalsocialista, un’invettiva contro la cultura borghese incarnata dalla repubblica di Weimar simbolo di ogni decadenza, il Mein Kampf è servito spesso agli storici come prova provata che la 'soluzione finale del problema ebraico' fosse parte integrante del programma politico hitleriano sin dagli inizi del partito nazista. Pochi hanno però fatto la fatica di spiegarlo, di smontarlo pezzo per pezzo, di svelare le infinite allusioni a fatti e persone di cui è costellata l’oscura ascesa politica del leader indiscusso del Terzo Reich.

Oggi questo strumento c’è, appena pubblicato in due volumi dalle edizioni Mimesis (quasi ottocento pagine, 45 euro in tutto) a cura dello storico Vincenzo Pinto, studioso del sionismo e dell’antisemitismo, coordinatore dell’associazione culturale Free Ebrei. Pur riferendosi all’edizione critica tedesca curata dall’Istituto di storia contemporanea di Monaco, questa versione italiana de 'La mia battaglia' ha tratti di originalità, a partire dall’ipotesi di rileggere lo scritto hitleriano come una narrazione mitologica, costruita con una ’logica’ che vuole condurre il lettore a individuare, tramite indizi, 'il colpevole' ovvero il nemico, quasi fosse una detective-story. Ecco perché il metodo di analisi suggerito da Pinto è l’abduzione, di cui si servono ad esempio gli storici Carlo Ginzburg e Ben Novak (entrambi debitori verso il filosofo pragmatista Charles Sanders Pierce). «Credo che Hitler e il nazismo – spiega il curatore – non siano stati capiti a fondo e che il nostro lavoro critico potrà contribuire a gettare un po’ di chiarezza sulle loro strategie argomentative». Capire, non giustificare, una narrazione mitica può addirittura essere necessario per contrastare la diffusione di quella narrazione, che comunque resta un’opera di retorica politica con pretesa di evidenza storica.

Secondo Vincenzo Pinto, «l’obiettivo principale di Hitler nel corso dell’intera autobiografia è stato quello di dimostrare la sua conversione all’antisemitismo e, in particolare, la utilità storico-politica di questo odio anti-ebraico». Per quanto possa sembrare rischioso, occorre saper obiettare dall’interno all’ideologia dell’odio verso il diverso (l’ebreo, in questo caso), ben sapendo che, per dirla con il rabbino e filosofo Emil Fackenheim, «il male non è mai banale né superficiale», ha una propria densità e spesso può anche affascinare. Non ci si può illudere che basti una legge dello Stato per sradicale quest’ideologia o per contrastare quel 'negazionismo della Shoah' che oggi trova così tanti consensi sul web. Capire il carnefice, lo diceva già decenni fa Primo Levi, non significa sollevarlo dalle sue responsabilità morali né sminuire la dignità delle vittime; può aiutare invece a comprendere i meccanismi ora psicologici ora sociali ora pedagogici che contribuiscono a distorcere il suo senso della realtà e la sua stessa moralità.

Ho qualche dubbio, di contro all’opinione del curatore, che un testo del genere possa o addirittura debba trovare posto nelle ore di storia dei nostri programmi scolastici. Ma ho fiducia che l’acribia filologica e la spiegazione storica con cui ha presentato il Mein Kampf servirà a demitizzare un testo che oggi circola ancora spesso in modo clandestino o che viene riproposto editorialmente senza la debita contestualizzazione. Che questa operazione sia stata sponsorizzata, per così dire, da un’associazione vicina al mondo ebraico dovrebbe suggerire che, oggi, il peggior nemico resta l’ignoranza dei documenti e l’abuso dei simboli, più che la loro testualità. «Solo con l’interazione fra testo e contesto – afferma ancora Pinto nell’introduzione al primo volume – è possibile comprendere in profondità un libro di scarso valore estetico ma di grandissima rilevanza storica e politica». Forse anche di rilevanza etica, aggiunge, se per etica intendiamo un sistema di valori a cui ispirare la prassi. Quando sottovalutiamo questa dimensione culturale del male storico, rischiamo appunto di sottostimare la sua forza di attrazione sulle stesse coscienze umane.

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