La Bosnia mai riconciliata rischia di perdere il treno per l’Unione Europea

Nel Paese diviso, Dodik minaccia la secessione della Repubblica Srpska: e spunta un contratto stipulato negli Usa per fare lobbying in favore dell'indipendenza
April 26, 2026
La Bosnia mai riconciliata rischia di perdere il treno per l’Unione Europea
Dall’inviato a Sarajevo
«È come se tutto il Paese soffrisse ancora di un “disturbo post traumatico da stress” dovuto alla guerra. È nell’aria, anche noi giovani lo respiriamo e i politici usano lo spettro di un nuovo genocidio per spaventarci». Faris e Muhamed parlano da un bar di Sarajevo. Non erano nati nel 1995, quando gli accordi di Dayton divisero la Bosnia Erzegovina in due entità: la Repubblica Srpska (ossia serba) e la “Federazione” a maggioranza croato e bosgnacca (musulmana).
A vigilare un Alto rappresentante (oggi è il tedesco Christian Schmidt) con poteri incisivi, compreso quello di modificare la costituzione, ultimamente usato parecchio. Dayton ha consentito di mettere fine a una guerra terribile impedendo però una vera riconciliazione. Oggi però questa divisione paralizza il Parlamento, ostaggio di una crisi lunghissima e in campagna elettorale permanente (si vota a ottobre). I croati chiedono una nuova legge elettorale che li tuteli maggiormente, mentre l’inerzia sull’“agenda di riforma” concordata con Bruxelles sta mettendo a forte rischio 400 milioni di fondi Ue. Manca anche un capo negoziatore con l’Ue, tardano la riforme chieste da Bruxelles per ridurre le quote etniche nel Csm e garantire maggiori criteri di trasparenza per i giudici. Ferma anche la costruzione di un’autostrada sul corridoio C5 per Budapest (sempre con fondi Ue) perché dai tempi di Dayton non si riesce a decidere se i terreni sono dello Stato o delle singole entità.
In questo contesto, il ruolo di “guastatore” l’ha preso Milorad Dodik che, da “semplice” leader del partito Snsd continua a muovere i fili da Banja Luka, capitale della Repubblica Srspka di cui è stato presidente fino alla condanna ricevuta per aver violato le decisioni dell’Alto rappresentante. Parliamo di un impresentabile: apertamente filo-russo, islamofobo, negazionista su Srebrenica, secessionista. E dire che all’inizio della sua carriera la segretaria di Stato Usa, Madeleine Albright, lo definì una «ventata d’aria fresca» per le posizioni filo-occidentali. Poi la svolta nazionalista: con la presidenza Biden era sotto sanzioni, l’avvento di Trump lo ha riabilitato. Dodik ha anche ottimi rapporti con il governo Netanyahu. Gli Usa oggi vogliono tre cose in Bosnia: stabilità, integrità e fare affari. Così da Banja Luka sono passati di recente il figlio del tycoon, Donald Trump Jr, PaoloZampolli, Rudolph Giuliani. Ma è fitta anche la rete di lobbysti israeliani. C’è business per tutti, a partire dal progetto di gasdotto che dovrebbe collegare il paese con la Croazia per ridurre la dipendenza dalla Russia. Come Trump, Dodik alza sempre la posta, parlando di secessione della Repubblica Srpska, al contrario del presidente serbo Aleksandar Vucic con cui – al di là delle photo opportunity – i rapporti non sarebbero buoni.
Lo spettro della secessione non è solo una boutade: esiste ad esempio un contratto di lobbying da quattro milioni di dollari per fare pressioni su Usa, Paesi mediorientali, Ue e Onu in favore dell’indipendenza della Repubblica Srpska. È stato registrato nel 2025 tra la stessa Repubblica Srpska e la Dickens & Madson di Ari Ben-Menashe, businessman canadese-israeliano con vari legami nell’intelligence (recentemente intervistato da Report sul caso Epstein). Insomma, il triangolo Repubblica Srpska, Israele e Usa ritorna. Il contratto (pubblico per la legge statunitense) punta anche a rimuovere l’Alto rappresentante Schmidtt. Fonti qualificate raccontano però di come, pur potendo scaricare Dodik, altri partiti lo abbiano tenuto in piedi e come sia sua la mano dietro la “riforma agenda” scritta per Bruxelles. Insomma, in Bosnia non tutto è come sembra: di certo dallo status quo attuale guadagnano anche i vertici bosgnacchi e croati. Nella Federazione però vedere gli Usa (i garanti di Dayton) amoreggiare con un secessionista rimane uno choc che rischia di avere delle conseguenze. A marzo dell’anno scorso, ad esempio, la tensione si è alzata parecchio dopo la richiesta di arresto di Dodik, tanto che la missione Eufor (in cui l’Italia è in prima fila) è stata rafforzata con l’invio sul terreno di riserve italiane, romene e ceche.
Una spaccatura del Paese non sarebbe indolore: qui girano ancora le armi della guerra, ci sono forze paramilitari che si muoverebbero agevolmente dai confini vicini e non è escluso che forze straniere possano avere interesse a destabilizzare. L’Italia in questo scenario è il Paese che spinge di più per l’ingresso della Bosnia in Ue, consapevole che altre forze sono ben contente di riempire i vuoti lasciati da Bruxelles.

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