giovedì 3 settembre 2015
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Si fa presto a dire «poveri». Bisogna decidersi, invece, a far presto non a dire ma a dare. A dare davvero una mano ai poveri e, quando serve, e spesso serve, oltre alla mano un tetto. E poiché i destinatari di questi rapidi appunti sono quei concittadini con qualche potere in più che chiamiamo "politici", non è forse superfluo ricordare che "fare presto" non significa soltanto stanziare soldi, mettere formalmente a disposizione case o predisporre altre forme di sostegno, ma vuol dire, anche e soprattutto, codificare regole utili e buone che non rendano difficile o addirittura impossibile la solidarietà e la giustizia umanamente possibili e civicamente doverose. La storia che raccontiamo oggi, grazie a Lucia Bellaspiga che ha lavorato su segnalazioni di lettori impegnati generosamente sulla prima linea dell’amicizia civile e della carità cristiana, è esemplare di questa contraddizione e di questa urgente necessità.Milano, Lombardia, Italia. La storia è qui. Qui vive una famiglia composta da mamma Roberta, papà Raffaele e cinque figli. Il papà lavora sodo, come operaio. Ma una casa non c’è più, perché è stata "cancellata" per sfratto nel 2012 e dopo tre anni ancora nessuno è riuscito ad assegnarne un’altra a questa famiglia milanese di sette persone alla quale, sulla carta, viene pur riconosciuto il diritto a un alloggio popolare. Una famiglia così è, però, troppo grande per le case disponibili. Troppo grande, sia chiaro, non perché si protesta tale e chiede la Luna, ma perché una legge (lombarda) le impedisce di stiparsi – in attesa di una soluzione più idonea – in una qualche casa più piccina. Non sarebbe decoroso, stabilisce in sostanza la regola. E allora mamma Roberta e i cinque figli, mentre papà Raffaele si guadagna uno stipendio, si arrabattano. E, nella bella stagione delle vacanze scolastiche, passano la giornata in un parco pubblico e la notte, invece, si stringono ai nonni materni in due stanze.Insomma: madre e figli di qua (più di otto posti il bilocale non offre), il padre di là, ospite a casa di una sorella. Una soluzione per la legge lombarda infinitamente più decorosa del far abitare tutti insieme in un trilocale. Ma questo "decoro alla lombarda" non regge. Si traduce dolorosamente nel suo contrario. E l’amministrazione pubblica che induce a un tale disagio nulla conserva della pragmatica lucidità e, come si diceva un tempo, della "diligenza del buon padre di famiglia" che dovrebbero essere sempre il motore primo di ogni regolazione della vita dei cittadini.È una storia piccola, ma capace di togliere il sonno e di far spalancare gli occhi sulla realtà. Speriamo che sia così e che tra quei concittadini con qualche potere in più che chiamiamo "politici" ci sia più d’uno che si renda conto di quanto le regole interpretate rigidamente possano essere stupide e cattive. Stupide quasi quanto l’indisponibilità di fatto dei pubblici amministratori lombardi a consentire alla Chiesa di Milano di dare una mano per rimettere in sesto un bel po’ di case popolari oggi per diversi motivi inabitabili. Parlare con passione di poveri (tutti, ovunque siano nati e qualunque pelle abbiano) è importante, molto di più servirli davvero e sostenerli nella battaglia per cambiare la propria vita e illuminare il domani dei figli. Perciò insisto: si dia l’esempio e si risolva una volta per tutte l’inghippo, rendendo meno complicate e raminghe le giornate di Roberta, di Raffaele e dei loro figli. E meno assurda la loro faticosa e – questa sì! – decorosa attesa di un tetto su cui contare.
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