venerdì 20 agosto 2010
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Secondo Sergio Romano, che ha scritto sul Corriere della Sera di sabato 14 agosto un lungo articolo su Francesco Crispi, i governi dell’uomo politico siciliano «crearono il primo Stato assistenziale italiano».L’affermazione è esatta, anche se verrebbe da ricordare  che quei governi si trovarono in un tornante epocale che nell’Europa occidentale segnò il passaggio dalla forma di Stato liberale, quello per intenderci del laissez faire, alla forma di Stato solidarista e sociale che si sarebbe poi sviluppata rigogliosamente nel Novecento. Resta comunque il merito di aver avviato un processo riformatore, ispirato al principio secondo cui lo Stato non può limitarsi a fare da arbitro, al di sopra delle parti, intervenendo solo per dirimere conflitti tra individui o gruppi; ma che compito dello Stato è anche, e primariamente, quello di intervenire nella società, per rimuovere gli ostacoli che impediscono a tutti i cittadini l’ esercizio dei diritti e la fruizione delle libertà di cui sono astrattamente titolari. Insomma: compito della Stato solidarista e sociale è quello di garantire l’eguaglianza, non solo formale, ma anche sostanziale.Dato dunque a Cesare quel che è di Cesare, ci si può però domandare: quale il costo delle riforme con cui Crispi ha avviato la trasformazione dello Stato in senso sociale? O meglio: quale è stato il costo di quelle riforme, in ragione delle modalità con cui furono attuate?Il pensiero va al 1890, quando una sciagurata legge che portava il nome del suo proponente, Francesco Crispi appunto, nazionalizzò, pubblicizzò e laicizzò, cioè sottrasse alla Chiesa, decine di migliaia di Opere pie. Si trattava di istituzioni assistenziali, sociali e sanitarie nate tra medioevo ed età moderna per iniziativa della società civile e, in particolare, della comunità cristiana. Erano la manifestazione, ricca e rigogliosa, di sentimenti solidaristici, frutto di un’identità forgiata dal cattolicesimo, col suo insegnamento sul primato della carità; erano espressione di una società civile che si dava da fare, mettendo risorse economiche e personali per i più disparati bisogni. Con le legge Crispi lo Stato in sostanza non creò una propria rete assistenziale: si appropriò di quanto era già esistente nella società civile.Quell’intervento normativo, ultima espressione della legislazione eversiva e anticlericale dello Stato liberale ottocentesco, lese una pluralità di diritti: dei fondatori, dei gestori, di coloro che avevano lasciato o donato patrimoni vincolandoli a finalità sociali con ragioni religiose, della stessa Chiesa. Ma soprattutto ci ha lasciato una pesante eredità sul piano culturale. La legge Crispi, infatti, recise d’un colpo una cultura della solidarietà formatasi nel corso dei secoli. Essendo ormai tutto in mano pubblica, da allora gli italiani - anche se sempre con le dovute eccezioni - si guardarono bene dal lasciare beni allo Stato, ai Comuni, o alle strutture sanitarie e assistenziali, scolastiche o universitarie. Anche se benestanti, cominciarono a pensare di poter pretendere tutto dallo Stato e che tutto è dovuto a tutti, senza costi o con contributi effimeri. Dalla assistenza si passò all’assistenzialismo, che ha svuotato le casse pubbliche.Oggi, in tempi di vacche magre per la finanza pubblica, si sollecita la società civile a sostenere le istituzioni sociali, culturali, assistenziali. Ma non c’è più la cultura del dono a favore della collettività; e riformare una cultura è impresa che richiede tempi lunghi, oltre che condizioni adeguate.
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