martedì 6 luglio 2010
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L’anno scorso, nella Basilica di Collemaggio a L’Aquila, gli ha donato il pallio indossato il giorno dell’elezione alla cattedra di Pietro. Quest’anno è venuto fino a Sulmona per rendergli nuovamente omaggio mentre le diocesi dell’Abruzzo e del Molise celebrano l’VIII centenario della sua nascita. Perché la figura di Celestino V esercita un fascino così forte su Benedetto XVI? Che cosa accomuna due uomini apparentemente così diversi come Joseph Ratzinger, il Papa teologo dell’alba del Terzo Millennio, e Pietro Angelerio, l’umile e grande eremita del Duecento? La risposta è contenuta nell’insieme delle parole e dei gesti di una visita che ha messo definitivamente in luce le sorprendenti analogie non solo tra questi due successori del principe degli apostoli, ma anche tra i periodi storici in cui la Provvidenza li ha messi al timone della Barca di Pietro.Innanzitutto la sobrietà dello stile. Man mano che il dispiegarsi del Pontificato di Benedetto XVI ci permette di approfondire la sua conoscenza, emerge sempre di più il tratto ascetico, quasi monastico della sua personalità. «Stare con Dio, ascoltare la sua Parola, nel Vangelo e nella liturgia della Chiesa, difende dagli abbagli dell’orgoglio e della presunzione», ha detto domenica ai giovani. Una sottolineatura non nuova nel magistero di un Papa che ha sempre messo in guardia dal carrierismo, dalle mode, dai valori effimeri e dalle preoccupazioni per le cose materiali, anche e soprattutto all’interno della Chiesa. Otto secoli fa, Pietro da Morrone cercava di «stare con Dio» ritirandosi sulle vette impervie dell’Appennino abruzzese. Anche Joseph Ratzinger lo ha fatto per tanti anni, immergendosi nello studio dell’amata teologia. Poi quando entrambi sono stati chiamati al soglio pontificio, non hanno per questo abbandonato lo stile che li aveva contraddistinti in precedenza.Seconda analogia: la capacità di vivere per gli altri. «San Pietro Celestino – ha ricordato domenica il Papa – pur conducendo vita eremitica, non era chiuso in se stesso». Stare con Dio non allontana dagli uomini. Lo testimonia ad esempio la straordinaria vicinanza ai drammi del nostro tempo che Benedetto XVI testimonia ogni giorno non solo a parole. Persino la sua spiccata sensibilità ecologica lo avvicina al santo eremita di otto secoli fa. Perché in tempi di emergenza ambientale non perde occasione per ribadire – come ha fatto, del resto, anche a Sulmona – che «tutti devono sentirsi responsabili» del futuro della Terra.Forse, però, l’analogia più interessante è proprio quella relativa alla temperie culturale. Il Papa che non esita a denunciare la «sporcizia nella Chiesa» e a chiedere perdono per il male commesso da alcuni suoi figli, il Papa che addita nel peccato il nemico più temibile per le comunità cristiane e che non si rassegna alla dittatura del relativismo etico, pone le premesse per una «rivoluzione» di non minore portata rispetto a quella messa in atto da Celestino V contro i mali del suo tempo. E il fatto che capiti anche al Pontefice teologo di non essere compreso (fuori e, talvolta, anche dentro la Chiesa) proprio come il santo eremita di otto secoli fa, rafforza ulteriormente il parallelismo. In fondo, proprio su quest’ultimo piano il cerchio delle similitudini si chiude definitivamente. La coerente adesione al Vangelo si misura anche con il metro della sofferenza. E questo vale per tutti, santi, pontefici o semplici fedeli. Nel Duecento come nel Terzo Millennio.
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