venerdì 13 ottobre 2017

Alzarsi e leggere la lettera in cui Loris Bertocco ha ricostruito il suo calvario e comunicato la decisione di darsi un suicidio assistito è stato come ricevere un pugno nello stomaco. Loris era un uomo amante della vita, fino al punto di impegnarsi in un movimento, quello per la Vita Indipendente, che ha come finalità la rivendicazione per i gravi disabili del diritto a un’assistenza completa e finanziata. Malgrado la grave doppia disabilità che gli aveva prima impedito di muovere gli arti e successivamente tolto anche la vista, era un uomo che aveva vissuto una vita piena, mettendo su famiglia, impegnandosi socialmente e politicamente, realizzando una intensa presenza sui social e sui media, fino al punto di candidarsi alle elezioni tra gli ambientalisti. Quale sia stato il percorso di amarezze, disillusioni, perdita di affetti, solitudine che possa averne minato l’istinto vitale possiamo immaginarlo da ciò che lui stesso ha raccontato delle sue vicende personali e familiari.

Quel che è certo però, per sua stessa ammissione, è che la decisione di gettare la spugna è stata dovuta a difficoltà di ordine economico che lo avevano privato di una cura qualitativamente adeguata alle sue pesanti condizioni cliniche. «Se avessi avuto i mezzi per pagare qualcuno che si prendeva cura di me, non avrei forse deciso in questo senso». Loris non ha rivendicato un astratto diritto di darsi la morte, ma ha scelto di morire perché non era garantito il suo diritto alla cura. Questo è il tremendo atto d’accusa che egli ha rivolto alla società dei sani.

Questo è il pugno allo stomaco per chi crede in una concezione solidaristica dei rapporti sociali. Questo è l’interrogativo con il quale dovrà confrontarsi in futuro una società, come quella italiana, per la quale le tendenze demografiche stanno disegnando una composizione fatta sempre più da vecchi afflitti da malattie croniche invalidanti e sempre meno da giovani in età da lavoro. Siamo in campo da decenni, costretti a rivendicare forme di solidarietà capaci di assicurare nei fatti la libertà di non abortire. E oggi, in una società che non voglia arrendersi alle logiche che portano al suicidio assistito, è giunto il tempo di farsi carico fino in fondo di una equa ridistribuzione delle risorse, per evitare che qualcuno, soprattutto anziani e disabili, possa sentirsi ospite indesiderato al banchetto della casa comune, e proprio qui nella nostra Italia. Il suicidio assistito, per ogni motivo, ma a maggior ragione per cause economiche, segnerebbe la fine della comunità e il trionfo dell’individualismo egoista. La scelta di morte compiuta da Loris Bertocco ci lancia anche un’altra provocazione.

Egli denuncia di aver trovato per assisterlo solo la disponibilità di «personale improvvisato, che provava a fare il 'lavoro di cura' pensando che potesse ridursi a piazzare il paziente davanti a un televisore o a metterlo a letto dandogli ogni tanto un’occhiata. Per non dire di peggio». Un’accusa terribile, che mette a nudo l’abbandono e la solitudine esistenziale in cui versano tanti anziani e tanti disabili gravi e che interroga anche il nostro volontariato. Un’accusa che lascia trasparire la disumanità dei rapporti verso cui anche un Paese come l’Italia è ormai avviato e che, se progredisse, spingerebbe inesorabilmente la nostra società verso scenari eutanasici. «Porto con me l’amore ricevuto», ha lasciato scritto Loris. Forse non ne ha ricevuto abbastanza, se ha preferito congedarsi così dalla scena di questo mondo... Rivolgendosi ai membri della Pontificia Accademia per la Vita, pochi giorni fa il Papa ha ammonito: «Ci sono in gioco parti dell’anima e della sensibilità umana che chiedono di essere ascoltate e riconosciute, custodite e apprezzate, dai singoli come dalla comunità», aggiungendo che una società che ha smarrito il senso della 'cura' e «nella quale tutto questo può essere soltanto comprato e venduto, burocraticamente regolato e tecnicamente predisposto, è una società che ha già perso il senso della vita».

Una politica italiana in affanno a ogni legge di bilancio per confermare i magri stanziamenti per i non autosufficienti sembra non averlo compreso. Tanto più allora si fa impegnativo il nostro compito di volontari e di cristiani: «L’accompagnamento responsabile della vita umana, dal suo concepimento e per tutto il suo corso sino alla fine naturale è lavoro di discernimento e intelligenza d’amore per uomini e donne liberi e appassionati, e per pastori non mercenari».

*Presidente del Movimento per la Vita Italiano

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