sabato 18 novembre 2017

Caro direttore,
ho letto il saluto che il Papa ha rivolto al primo ministro delle Isole Fiji. Citando la Laudato si’ papa Francesco ha definito «perversa» la negazione delle «radici umane» della crisi ambientale, in particolare di quella connessa al cambiamento climatico. Voglio bene al Papa e penso come lui che molti disastri ambientali più o meno gravi siano causati dal peccato dell’uomo. Ma, con tutta onestà, non mi sento affatto «perverso» nel mio scetticismo sulle cause antropiche del cambiamento climatico. Posto il problema come lo pone il Papa si rischia per trasformare in un obbligo morale l’adesione a una ipotesi scientifica. E che la prevalenza delle cause antropiche nel recente andamento della temperatura media della terra sia una ipotesi scientifica è semplicemente una ovvietà. Se ne dibatte ancora, al di là dei sunti giornalistici e delle conferenze sul clima a forte contenuto politico (l’argomento si presta). Questo non è un male, ma un bene: come ha mostrato Popper, la critica è il cuore pulsante della scienza. Per cui sì, lo confesso: sulle cause antropiche del riscaldamento globale sono un negazionista impenitente.
Benedetto Rocchi, Firenze


Negare la realtà in tutto o in parte non è mai una scelta saggia, caro professor Rocchi. Lo dico con rispetto (e un po’ di fatica) proprio a lei, che è una persona colta e profonda, alla quale piace stuzzicare e sa come farlo. La sua lettera è una sfida da raccogliere, e io ci provo partendo da un esempio da maneggiare con cura, eppure utile.
Gli ebrei venivano purtroppo discriminati e perseguitati anche prima del nazismo, ma la terribile deportazione e lo sterminio sistematico che chiamiamo Shoah sono avvenuti in un determinato momento storico, con precise responsabilità, e pesano enormemente nella storia del mondo e sulla coscienza dell’umanità. Allo stesso modo, i cicli di riscaldamento e raffreddamento nella vita della Terra con conseguenze anche catastrofiche sono un dato di fatto che le scienze indagano da molto tempo, e che viene compreso sempre più a fondo, ma non è meno chiaro, anche perché è sempre più evidente, ciò che di maligno l’homo industrialis sta combinando nella (e alla) nostra «casa comune». Lo fa da tre secoli a questa parte, negli ultimi due con speciale intensità e localizzazione nelle "aree ricche" del pianeta, dagli anni 90 del secolo scorso con globale pervicacia e sotto la sferza di una finanza rapace e irresponsabile. Che cosa voglio dire? Che ci sono fenomeni (naturali e sociali) che scelte (o non scelte) umane "avvelenano" ulteriormente e accelerano in direzioni negative e persino distruttrici.
Papa Francesco non ha alcuna intenzione di imporci una camicia di forza mentale, non ci chiede di smettere di discutere e di capire, ci ricorda che «noi non siamo Dio, la terra ci precede e ci è stata data» (Ls 67) e ci invita a un serio eppure felice cambiamento negli stili di vita, nell’uso responsabile delle risorse, nella relazione tra di noi, con ogni vita e con l’ambiente in cui siamo immersi. Dov’è il problema? Il richiamo del Papa, mi scusi il gioco di parole, è troppo terra terra? Se ci invitasse a «convertirci» non anche con motivazioni concrete, ma per pura e – per così dire – astratta convinzione morale o e per alto anelito spirituale, la sua sarebbe un’argomentazione più cristianamente e civilmente e scientificamente accettabile?
Non penso proprio che mentre gli scienziati discutono sia sbagliato vivere e lavorare in modo giusto, e neppure che sia avventato e antiscientifico rinunciare a ogni perverso uso della creazione e fare tutto il possibile per "raffreddare" un mondo che non sta esattamente scaldandosi al fuoco dell’amore, della giustizia, della libertà responsabile, della solidarietà… No, caro professor Rocchi, il negazionismo di anche solo un pezzo della realtà non è mai una scelta saggia. E non mi si parli di un "meglio nemico del bene". Come ho detto e scritto pochi giorni fa a un amico capace di fare cose straordinarie in nome di Dio e dell’umanità, c’è un "bene" compreso e realizzato che dimostra che il "meglio" è urgente e possibile, per tutti. Discutiamo pure, ma diamoci da fare. E ascoltiamo chi ci indica la buona strada.


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