mercoledì 28 settembre 2022
Il sistema del «prezzo marginale» è diventato un freno al cambiamento virtuoso e pesa sugli utenti. Va superato al più presto per favorire lo sviluppo delle rinnovabili. Il ruolo del mercato
Turbine eoliche alla fiera WindEnergy di Amburgo, in corso in questi giorni

Turbine eoliche alla fiera WindEnergy di Amburgo, in corso in questi giorni - Ansa

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Ormai lo sappiamo: il meccanismo malefico che ha permesso ai rincari del gas di spingere le bollette elettriche a prezzi inverosimili si chiama system marginal price, sistema di prezzo marginale. Un meccanismo complesso che molte persone avvertono così indigesto da non voler neanche provare a capire. Ma così facendo si condannano a subire passivamente ciò che i centri di potere decidono. Capire richiede i suoi sforzi, ma ci fa guadagnare in sovranità, tenendo presente che il tema del prezzo marginale terrà banco nei palazzi della Commissione Europea e dei governi della Ue da qui ai prossimi mesi. La conclusione è che chi non conosce certi meccanismi è tagliato fuori perfino dall’informazione.

Il sistema del prezzo marginale venne istituito a fine anni Novanta quando a livello europeo venne deciso di liberalizzare l’energia elettrica, ossia di affidarla totalmente alle forze di mercato. Impostazione opposta a quella dominante nei decenni precedenti quando si riteneva che servizi fondamentali come acqua, elettricità, trasporti, telefonia, dovessero essere gestiti dalla mano pubblica secondo la logica del diritto garantito a tutti. In Italia è del 1962 la nazionalizzazione dell’energia elettrica con la nascita dell’Enel, che gestiva il servizio elettrico su tutto il territorio nazionale in tutte le sue fasi: dalla produzione alla costruzione di linee, dalla trasmissione alla distribuzione. Poi il vento cambiò, si fece strada l’idea che il pubblico doveva essere “svuotato” di capacità produttiva e l’Unione Europea divenne anche un centro direzionale per imporre i processi di privatizzazione a tutti i Paesi dell’Unione. Sapendo, però, che nell’ambito dei servizi il passaggio da un unico gestore alla pluralità di operatori, pone vari problemi tecnici, soprattutto nel settore elettrico.

La corrente elettrica non è un bene immagazzinabile: tanta se ne produce, tanta ne deve essere consumata. Nel contempo deve esserci equilibrio fra la quantità di corrente immessa nella rete e la capacità di trasporto della rete stessa. Problematiche che nel settore elettrico vennero risolte con un tipo di organizzazione che prevede tre tipi di operatori. All’inizio della filiera ci sono i produttori di energia elettrica, senza limite di numero. Alla fine della filiera ci sono i distributori, anch’essi senza limite di numero, che comprano l’energia elettrica e la distribuiscono agli utenti finali. Nel mezzo c’è un unico soggetto che gestisce la trasmissione, ossia i flussi di energia, secondo modalità che garantiscono sempre stabilità al sistema elettrico. In Italia il soggetto addetto alla trasmissione è Terna, società posseduta al 30% da Cassa Depositi e Prestiti e per la restante parte da altri investitori nazionali e internazionali.

Così il quadro da un punto di vista fisico. Ma da un punto di vista economico, chi si relaziona con chi? Un’ipotesi poteva essere che chi gestisce la trasmissione, nel caso italiano appunto Terna, comprasse dai fornitori l’energia che immette nella rete e la rivendesse ai distributori. Ma evidentemente questa soluzione deve essere stata ritenuta troppo rischiosa per le società di trasmissione e si è optato per un’altra formula. La direzione intrapresa è stata quella di creare un intermediario commerciale che per l’Italia si chiama Gestore Mercati Energetici (Gme), una società interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Fra le sue funzioni, il Gme ha quella di registrare giornalmente le offerte e le richieste di energia elettrica, di annotare le quantità effettivamente immesse e prelevate dai vari operatori, di facilitare i pagamenti fra produttori e distributori e non ultimo di definire il Pun, ossia il prezzo unico nazionale, fissato giornalmente per le compravendite di energia elettrica. Ed è qui che compare il costo marginale come criterio di determinazione del prezzo.

Tenendo conto della quantità di energia richiesta per ogni singola ora, il Gme ipotizza un piano di fornitura che fa entrare in scena i diversi tipi di energia in base al costo del combustibile utilizzato per produrla. Per prima viene inserita l’energia elettrica fornita a costo zero perché ottenuta da sole, vento, acqua. Poi, se non basta, viene aggiunta quella ottenuta con combustibili sempre più cari, proseguendo finché non è stato raggiunto l’intero ammontare richiesto. Considerato che in Italia le rinnovabili coprono il 38% della produzione elettrica nazionale, l’entrata in scena delle centrali elettriche funzionanti con combustibili fossili, e quindi con gas, arriva molto presto. Una situazione grave non solo da un punto di vista ambientale, ma anche economico, perché il sistema in vigore prevede che il prezzo da adottare giornalmente all’interno dell’intero sistema elettrico, deve essere quello calcolato sui costi dichiarati, ora per ora, dagli ultimi fornitori che il modello stilato dal Gme fa entrare in scena. In conclusione, come abbiamo capito sempre meglio in questi mesi, il prezzo dell’energia elettrica è determinato dai produttori che usano il combustibile più caro, con situazioni che diventano catastrofiche quando il prezzo del gas si impenna, come è successo nell’ultimo anno e mezzo. Dal gennaio 2021 al giugno 2022 il costo dell’energia elettrica per le utenze domestiche è più che raddoppiato passando da 20 a 41 centesimi al chilowattora.

Il sistema del prezzo marginale nasce in Gran Bretagna nel 1989 con la prima Borsa elettrica e aveva paradossalmente l’obiettivo di favorire lo sviluppo delle energie rinnovabili, che pur potendo disporre di vento e sole in forma gratuita, avevano costi di impianto così elevati che complessivamente risultavano fuori mercato. Così venne inventata la formula dei costi marginali, riferiti ai soli combustibili, come stratagemma per includere le rinnovabili nel mix giornaliero. Oggi, però, quel sistema è diventato un controsenso perché fa pagare più cara l’elettricità ai consumatori finali mentre le rinnovabili riescono a competere con le centrali a combustibili fossili senza bisogno di artifici. Non a caso oggi che il caro-gas è diventato il vero problema, si sta pensando di superare il modello del prezzo unico, per andare verso prezzi differenziati: uno per l’energia ottenuta dalle rinnovabili, l’altro per quella ottenuta da combustibili fossili. Le rinnovabili, a minor prezzo, potrebbero così attrarre più acquirenti, stimolando il loro allargamento. Una volta tanto il mercato potrebbe lavorare per la sostenibilità anziché per il profitto.

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