IL SIGNIFICATO DELLA FESTA E IL MESSAGGIO DI FRANCESCO. L'Epifania ci ricorda il «paradosso» dei martiri


di Mimmo Muolo mercoledì 6 gennaio 2016
Papa Francesco: perdono ed ecumenismo nel sacrificio dei testimoni.
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Tra befane e tradizioni popolari, tra folclore, regali e consumismo, la solennità dell’Epifania rischia di perdere - almeno nell’immaginario collettivo - uno dei suoi significati più profondi e fecondi. La manifestazione di Gesù al mondo è infatti indissolubilmente legata alla prefigurazione della sua passione e morte. E quindi al martirio, che accompagnerà tutta la storia cristiana. La croce è insita nel dono della mirra, sostanza che veniva usata per ungere i morti. Mentre l’idea che la fedeltà a quel Bambino sarà segno di estrema contraddizione rispetto al sentire del mondo si affaccia subito dopo nelle pagine del Vangelo: è la cosiddetta strage degli innocenti, decretata da Erode, allarmato per la nascita di un Re di cui non comprende la vera natura, in seguito al rifiuto dei Magi di svelargli dove si trova. Ed è in un certo senso la madre di tutte le persecuzioni anticristiane che da quel momento in poi scandiranno i secoli fino alla nostra epoca.  Ecco perché il 6 gennaio è anche il giorno giusto per tornare su uno degli aspetti portanti del pontificato di Francesco: la sua ripetuta sottolineatura del martirio (anche e soprattutto nel ’900 e in questo primo scorcio del 2000); l’omaggio reso ai martiri di diverse epoche e latitudini; e la sua voce che più volte si è levata in difesa dei fedeli perseguitati. Si pensi solo ai viaggi fin qui compiuti dal Papa. In Corea ha beatificato un gruppo di cristiani che nell’800 dettero la vita per Cristo. In Albania ha reso omaggio alle vittime del regime comunista (e per un primo gruppo di esse è ormai vicina la beatificazione). Lo stesso ha fatto in Uganda nei confronti dei martiri di quella che proprio in ragione di essi viene chiamata la 'Perla d’Africa'. In Turchia ha parlato dell’«ecumenismo del sangue», dato che - come disse in quella occasione e come poi ha ripetuto spesso i carnefici non fanno distinzione tra cattolici, ortodossi, armeni, anglicani o evangelici. A Sarajevo ha abbracciato i superstiti della pulizia etnica, sottolineando con il suo gesto che non è sempre vero che i cristiani vengono perseguitati dai fondamentalisti islamici. In quel caso, infatti, si trattò in gran parte di persecuzioni messe in atto da popolazioni anch’esse almeno formalmente cristiane. A Cuba - altra terra di martirio per ragioni politiche - ha ricordato ai governanti che dei concittadini non bisogna servirsi, ma occorre anzi servirli. E sempre per restare all’America Latina, è chiaro a tutti il contributo dato dal Papa alla causa di beatificazione del vescovo Oscar Arnulfo Romero, del quale ha riconosciuto il martirio in odium fidei e che è stato elevato alla gloria degli altari, come beato, il 23 maggio 2015 a San Salvador. Infine, dopo il suo viaggio in Corea, ha promosso la causa di beatificazione di alcuni fedeli cambogiani, morti sotto la spietata dittatura di Pol Pot, mantenendo così la promessa fatta a una ragazza, durante l’incontro con i giovani sul luogo natale di uno dei primi martiri coreani (significativo è, in questo caso, anche il luogo in cui quella promessa fu formulata). Non va taciuta poi la sua costante attenzione ai 'martiri' della cronaca. Soprattutto quelli del Medio Oriente, senza dimenticare la Cina e la Corea del Nord, nazioni verso le quali, proprio nel corso dei suoi viaggi (ma non solo) Francesco ha lanciato messaggi di riconciliazione e di pace. Francesco ha così richiamato l’attenzione del mondo e delle organizzazioni internazionali - spesso distratti da logiche geopolitiche di tutt’altro segno - sulla tragedia dei cristiani in Iraq, Palestina, Kenya, Nigeria, Egitto, Libia, Siria, non dimenticando di chiedere pace e rispetto anche per altre minoranze etniche e religiose (si pensi agli yazidi). Nell’agosto del 2014, mentre infuriava la prima offensiva del Daesh si era anche detto pronto a recarsi a Erbil, per portare conforto ai profughi cacciati dalle loro case nella piana di Ninive. Solo le sempre più ingarbugliate vicende della regione gli hanno impedito di realizzare finora il proprio proposito. Ma l’attenzione non è mai venuta meno, insieme con l’invio di aiuto diretti o indiretti (il segretario generale della Cei, il vescovo Nunzio Galantino, ha visitato più volte Erbil e le zone circostanti). Le dimensioni della tragedia in atto, del resto, giustificano ampiamente tale attenzione. Poco prima di Natale il patriarca caldeo di Baghdad, Louis Sako, ricordava in una intervista a Radio InBlu che la sua Chiesa negli ultimi 12 anni aveva contato già tanti martiri: «Un vescovo, cinque preti, ma anche 1267 laici, i quali - sottolineava Sako - hanno dato la vita per la loro fede». Numeri impressionanti che si uniscono alla triste conta dei cosiddetti 'nuovi martiri' promossa a suo tempo da Giovanni Paolo II in vista del grande Giubileo del 2000. La Commissione istituita all’epoca censì oltre 12.600 vittime, due terzi delle quali in Europa. Né l’elenco può considerarsi chiuso e finito. L’avvento del nuovo millennio ha cambiato infatti solo l’identità dei carnefici. Non più i regimi atei del Vecchio continente, dell’Asia e dell’America Latina (anche se qualcuno di essi persiste ancora in Estremo Oriente), ma uomini che strumentalizzano il nome stesso di Dio per uccidere degli innocenti. E «questa è una bestemmia», ha sentenziato in diverse occasioni papa Francesco. In realtà tali numeri sono solo una goccia nel mare delle sofferenze per motivi religiosi di cui la storia contemporanea è testimone. E proprio la statistica appare come la prima delle motivazioni per cui il Pontefice ritorna così spesso su questo tema. In un’omelia di Santa Marta, lo scorso mese di aprile, papa Bergoglio notò: «La Chiesa ha più martiri oggi che nel tempo dei primi secoli. Tanti uomini e donne che sono calunniati, perseguitati, ammazzati in odio a Gesù, in odio alla fede». Una realtà che è sotto gli occhi di tutti e che Francesco ricorda costantemente a quelli che non vogliono vederla. C’è poi il motivo della testimonianza in sé. I martiri sono per i «cristiani da pasticceria» di oggi, e in generale per il sazio e disperato mondo occidentale, un segno inquietante, un paradosso che travolge le logiche mondane. Essi, in sostanza, ci ricordano che c’è un ordine incontrovertibile per chi crede in Cristo: niente è più importante di Lui, nemmeno la propria vita terrena. Qual è dunque la nostra scala di priorità? Francesco non ha omesso di sottolinearlo in diverse occasioni. Di recente, parlando ai sacerdoti, ai religiosi e ai consacrati ugandesi durante il viaggio in Africa di fine novembre, ha evocato l’immagine del museo. Non è mettendoli sotto una teca che i martiri diventeranno seme di nuovi cristiani, ha detto in pratica, ma imitandoli nel loro amore a Cristo e ai fratelli.Il terzo motivo è di carattere ecumenico. Proprio rendendo omaggio ai martiri ugandesi, alcuni dei quali erano anglicani, Francesco ha mostrato con i fatti che cosa intendeva dire con l’espressione «ecumenismo del sangue». Anche la coraggiosa memoria del genocidio armeno, fatta il 12 aprile dello scorso anno in San Pietro, va in questo senso. Così come la dichiarazione comune con il patriarca ecumenico Bartolomeo, firmata al Fanar il 30 novembre 2014. «Come il sangue dei martiri è stato seme di forza e di fertilità per la Chiesa – si legge nel documento –, così anche la condivisione delle sofferenze quotidiane può essere uno strumento efficace di unità». Infine a spingere il Papa è anche un motivo che si inserisce nel vivo dell’anno giubilare appena iniziato. A più riprese, e da ultimo lo scorso 26 dicembre all’Angelus, citando la figura di Santo Stefano, primo martire dell’era cristiana, papa Francesco ha detto che l’esempio dei martiri ci insegna a perdonare. Anche in questo i martiri sono maestri, sull’esempio di Cristo che dalla croce disse: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Perdono, dunque, l’altro nome della misericordia, vocabolo che ha nella sua stessa lettera l’idea della gratuità, del dono appunto. E così ritorniamo all’odierna solennità dell’Epifania. La memoria del martirio, che questa festa evoca sia dunque anche lo spunto per invocare, insieme al Papa, un dono tutto particolare: quella testimonianza radicale del Vangelo di cui il mondo ha urgente bisogno e di proprio Francesco è oggi significativo esempio. 
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