domenica 19 febbraio 2012
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Gli sconosciuti coetanei ai quali ha chiesto aiuto gli hanno dato da mangiare e tenuto compagnia per l’intera giornata. Al calar della sera, non sapendo più che fare, l’hanno condotto in chiesa. Daniele, 16 anni, è scappato dalla casa­famiglia in cui risiede. I ragazzi della parrocchia me lo presentano dicendogli che ci si può fidare. È spaesato. Ha freddo. I suoi occhi, tondi come la luna piena, sono zeppi di lacrime pronte per sgorgare ma che restano come imprigionate. Lo abbraccio invitandolo a parlare. Cerco di convincerlo che è bene avvisare i responsabili della struttura dove vive. Non ne vuol sapere. Si guarda attorno sospettoso. Sembra un lupo braccato pronto per riprendere la fuga. Decido di telefonare ai carabinieri prima che scappi via: il gelo della notte potrebbe essergli fatale. Non voglio, però, che se ne accorga. Non voglio che perda la fiducia in me, nei preti, nella Chiesa. Sono certo che per il futuro ne avrà bisogno. So che tante altre volte nella vita si ritroverà a dover bussare alle porte di una chiesa. Chiamo di nascosto: «Sono il parroco... Daniele è qui da noi...». Il comandante tira un sospiro di sollievo, lo stanno cercando preoccupati fin dalla mattina. Arrivano. Lui tenta di scappare, ma viene bloccato. Oppone resistenza costringendo gli agenti a usare più severità. Non vuole assolutamente ritornare nel luogo dal quale si era allontanato. Non recrimina, non si lamenta del trattamento ricevuto, semplicemente vuole tornare a casa sua. Non chiede altro. Non vuole altro. Vuole andare da sua mamma. Non capisce perché per lui deve essere un sogno proibito ciò che per altri ragazzi è la normalità: fare i capricci, scherzare, essere rimproverato, coccolato dalla mamma. Vivere sereni in casa con i propri genitori dovrebbe essere un sacrosanto diritto per tutti i bambini e gli adolescenti. Purtroppo non lo è per lui. I nuovi amici lo rincuorano: «Verremo a trovarti... non fare così... segnati il numero del telefonino...». Niente, non riescono a convincerlo. Forzando un po’ la mano, alla fine, i carabinieri riescono a spingerlo nella volante. La scena è tanto triste. La gente, uscita dalla chiesa, si commuove, qualche donna non trattiene il pianto. Mi chino dentro anch’io. Gli chiedo di aver fiducia: non lo lasceremo solo. Non gli interessa. Non ci crede. Non crede più a nessuno. Mi fissa con quegli occhioni bagnati da cane bastonato e farfuglia a denti stretti: «Anche tu, padre, mi hai ingannato...». Mi fa male. Non avrei voluto. Durante la Messa preghiamo per questo giovane che la Provvidenza ci ha mandato all’improvviso. Chiedo a tutti, in particolare alle mamme, di tenerlo al caldo nel proprio cuore. Di sentirlo, a cena, seduto a tavola con loro. Di ricordarlo mentre preparano il lettino per i figlioli. Di mandargli il bacio della buonanotte. Di affidarlo alla Madonna nella preghiera della sera. Purtroppo alle mille sofferenze della vita non sempre si è in grado di rispondere in modo adeguato. Non sempre si possiede ciò di cui necessita il fratello. Mai ci è permesso, però, di tirare i remi in barca. A nessuno è consentito di arrendersi. Anche se poco, sempre si può far qualcosa. Se non siamo in grado di guarire una ferita sanguinante, possiamo almeno tentare di lenirla. E sempre possiamo allargare a dismisura il cuore e riversarci dentro le speranze, le angosce e le lacrime dell’intera umanità. «Portami a casa... voglio andare a casa... accompagnami da mia mamma...». Il grido lamentoso di Daniele ancora mi martella in testa. Il suo sguardo impaurito non smette di tenermi compagnia. Di don Bosco, il beato Michele Rua, suo successore, diceva: «Non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa che non avesse di mira la salvezza della gioventù». Sia così, per quanto ci è possibile, anche per noi.
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