Con quale coscienza. I politici che fanno guerra ai poveri


Marco Tarquinio mercoledì 14 giugno 2017

Immigrato, profugo, richiedente asilo, rifugiato, rom, residente straniero... Queste parole – che non evocano astrattamente numeri di statistica o di bilancio, ma dicono della vita e della condizione di persone concrete – possono davvero diventare marchi di sospetto e persino d’infamia nell’Italia del secondo decennio del XXI secolo? Possono sul serio trasformarsi in slogan taglienti nella battaglia per il consenso in un Paese assediato dai clamori politici e mediatici di una campagna elettorale permanente? Possono dolorosamente e rumorosamente diventare le mazze e i ferri con cui ci s’ingegna a inchiodare i nostri occhi e i nostri pensieri sulla croce della contrapposizione ingiusta e spesso feroce tra poveri italiani e poveri stranieri, tra perseguitati "venuti da fuori" e depredati di "casa nostra", tra delinquenti "invasori" e italiani autorizzati "a difendersi" con ogni mezzo e a ogni costo, tra figli nostri e figli loro anche se tutti sono nati qui e sono cresciuti nelle stesse scuole e sugli stessi campi d’oratorio? Non riusciamo a crederlo, e non vogliamo che accada.

Per questo non stiamo zitti e non ci rassegniamo a un dibattito come quello andato in scena ieri, nel semi-silenzio imbarazzato delle forze "moderate" e di governo, tra i grandi capi del Movimento 5 Stelle, da Beppe Grillo a Virginia Raggi, e i leader delle formazioni della "destra nazional-sovranista", da Matteo Salvini a Giorgia Meloni. Un dibattito all’insegna dell’«avevo detto (e fatto) prima io» a proposito della chiusura dei campi in cui sono confinate a Roma (e altrove) centinaia di famiglie di cittadini italiani e stranieri di etnia rom e sinti e riguardo alla dichiarata indisponibilità ad accogliere nella capitale (e altrove) nuovi scampati all’ignobile e spesso mortale traffico di esseri umani attraverso il Mediterraneo.

Sia ben chiaro: vanno chiusi i campi dove vengono tenuti, in condizioni che dovrebbero essere inconcepibili per chiunque, coloro che con disprezzo misto a timore in tanti chiamano ancora e sempre «gli zingari». Vanno chiusi una volta per tutte. Così come si deve far finire lo sciupìo di risorse che, per primi, e già da anni, su queste pagine abbiamo denunciato all’unisono con quanti lavorano con tenacia e generosità al fianco di rom e sinti per invece costruire dignità, legalità e autentica cittadinanza. Ma la chiusura dei campi non può e non deve succedere come se le persone che abitano in baracche e roulotte non fossero davvero persone, cioè come se esistessero soltanto come "problema" e non come famiglie che non possono essere divise e bambini che debbono continuare (o ricominciare) ad andare a scuola... Si può chiuderli in modo civile e giusto. E la Milano degli ultimi anni ha qualcosa di assai importante da insegnare a Roma anche a questo proposito.

Sia chiaro, poi, che nessuno chiede a Roma di accogliere "sopra le forze". Ma per giustizia e per verità bisogna riconoscere che i "collassi" che purtroppo la prima città italiana sta vivendo non sono certo quelli sul fronte dell’asilo garantito a immigrati, rifugiati e richiedenti asilo, ma nell’erogazione a tutti i cittadini dei servizi essenziali e per cui essi pagano fior di tributi. Ecco perché la lettera al prefetto della capitale con cui ieri la sindaca Raggi ha annunciato di voler sbarrare le porte della Città Eterna ai "profughi" appare soprattutto una mossa propagandistica e in nessun modo la credibile constatazione di una nuova emergenza. L’emergenza, pure a Roma, anzi soprattutto a Roma, è segnalata piuttosto dalle tante risposte che anche (ma non solo) sul fronte della regolazione e "civilizzazione" della vita degli immigrati vengono articolate "dal basso" e in forma "auto-organizzata" grazie all’impegno delle comunità cristiane e di gruppi moralmente impegnati che, spesso in confronto e in collaborazione con istituzioni diverse e superiori a quelle locali, cercano di affiancare la pur pesantissima macchina comunale romana e di porre rimedio alla sua intermittenza ed evanescenza.

Mentre l’Unione Europea decide finalmente di irrogare sanzioni agli Stati membri che rifiutano di fare la propria parte al fianco dell’Italia e degli altri Paesi euromediterranei nell’azione umanitaria comune verso i migranti forzati da Vicino Oriente e Africa, sarebbe semplicemente paradossale se tra le città italiane non si ponesse fine, ma si scatenasse definitivamente una corsa sul piano inclinato della non-solidarietà. Con la giunta romana 'a cinque stelle' in gara con i sindaci salviniani nel dire 'no' a prescindere. Ieri papa Francesco, pubblicando il suo messaggio per la Giornata dei poveri che si celebrerà il prossimo 19 novembre, ci ha ricordato che i poveri sono persone come noi e hanno «il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro ».

Un volto segnato «dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata». Italiani o stranieri, essi sono ugualmente fratelli tra loro e con ognuno di noi. E davanti a Dio e all’umanità il 'passaporto' di ogni povero, ovunque sia nato, è sempre in regola. Certamente più in regola delle coscienze di quei politici che hanno il potere e il dovere di cambiare le cose e di sanare le ingiustizie.

E invece le ingiustizie contribuiscono a commetterle e a perpetuarle, utilizzandole, magari a forza di parole rese dure e di frasi incendiarie, per accrescere sospetto e risentimento nella convinzione di riuscire a conquistare così ancora più potere. Ma non c’è verità né sicurezza su questa via. E nessuno, su questa via, vince davvero. I poveri, tutti, si servono, non si usano. E soprattutto dovremmo aver chiaro che non si possono più fare 'guerre' contro di loro.

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