venerdì 17 maggio 2013
A volte ritor­nano. Stiamo parlando delle tecniche di clonazione, per la precisione di una variante di quella che nel 1996 consentì la nascita della pecora Dolly, abbandonata grazie alle scoperte del premio Nobel Shinya Yamanaka e tornata in auge mercoledì con un articolo pubblicato nella rivista scientifica Cell. Ricercatori americani guidati dallo scienziato Shoukhrat Mitalipov sarebbero riusciti a creare linee staminali embrionali umane dalla distruzione di embrioni umani prodotti con il metodo noto come «clonazione terapeutica»: una dizione che già nel nome gronda di promesse per cure di patologie pesantissime e tuttora letali, e che gli scienziati innanzitutto dovrebbero maneggiare con attenzione, viste le enormi aspettative che inevitabilmente si vanno ad alimentare in tanti malati (caso Stamina docet). La procedura usata finora – e dichiarata fallimentare anche dal 'padre' di Dolly, Ian Wilmut, che l’ha abbandonata nel 2007 per quella più promettente messa a punto da Yamanaka – è nota: dai gameti femminili, gli ovociti, si estrae il nucleo e lo si sostituisce con quello di una cellula somatica adulta. L’ovocita così modificato, opportunamente stimolato, inizia a svilupparsi come un embrione, con il Dna del nucleo appartenente alla persona che ha messo a disposizione la cellula somatica. Finora gli embrioni umani formati in questo modo si spegnevano prima di raggiungere quello stadio che avrebbe consentito l’estrazione di cellule staminali embrionali. Ma un particolare trattamento degli ovociti introdotto dal gruppo di Mitalipov pare abbia reso efficace il processo, e consentito la produzione di diverse linee staminali embrionali umane, dopo un gran numero di esprimenti effettuati sulle scimmie. Il condizionale è d’obbligo perché, a detta degli stessi autori, il successo della procedura dipende dalla qualità degli ovociti usati, e cioè dai trattamenti ormonali subìti per la loro produzione e dalle caratteristiche genetiche delle donne da cui sono prelevati: i risultati ottenuti nello studio pubblicato sono stati diversi – un numero maggiore o minore di linee cellulari prodotte – a seconda del 'lotto' di ovociti utilizzato, e cioè della donna che li ha prodotti e messi a disposizione per l’esperimento. È bene ricordare che per avere tanti ovociti è necessario che le donne si sottopongano a stimolazioni ormonali come per la fecondazione in vitro, e poi a un intervento chirurgico in anestesia totale. Una procedura molto pesante, invasiva e pericolosa, che nessuna esegue per amore della scienza: ovviamente, si può essere disposte a farlo solo per soldi. Tanti soldi. La donazione di ovociti non esiste, e per mascherarne il pagamento si parla ipocritamente di «rimborsi» per tutti gli «inconvenienti» procurati e per il tempo speso, come si legge anche nell’articolo su Cell, mentre il sito della rivista Nature, dando la notizia, spiega serenamente che le donne hanno ricevuto cifre variabili fra i 3.000 e i 7.000 dollari, senza specificare i criteri dei diversi compensi. Si tratta insomma di una tecnica molto meno promettente rispetto a quella delle Ips (staminali pluripotenti indotte) di Yamanaka, e che ha riproposto gli enormi problemi che le scoperte premiate con il Nobel avevano superato: la creazione di embrioni clonati destinati alla distruzione per ricavarne linee cellulari, e le pressioni nei confronti delle donne per indurle a vendere i propri ovociti, con tutti i rischi e le conseguenze del caso. Francamente, non sentivamo la mancanza di questo ritorno al passato. Non si tratta di mettere freni al progresso scientifico, ma, al contrario, di seguirne consapevolmente gli sviluppi più promettenti ed efficaci, e quindi più rispettosi della dignità di ogni essere umano, a tutto tondo, sotto ogni punto di vista. La clonazione di esseri umani è un atto inaccettabile e la loro distruzione, pur precocissima e per presunti fini terapeutici, non ne attenua certo la gravità, considerando pure che tutto questo avviene grazie a un cinico mercato sul corpo delle donne. Che altro serve per dire 'basta'? ​
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