lunedì 4 novembre 2013
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Nel tempo della grande Chiacchiera, ascoltare la Parola. E a tal punto ascoltarla, come una forza che riconduce al centro delle cose della vita, da varcare la soglia della speranza e fare un passo avanti, verso la porta della fede. Il cristianesimo ricomincia a essere scelto. Da adulti. Un evento contro-intuitivo, per gli occhiuti custodi della secolarizzazione dura e pura, che considera una vera e propria missione quella di produrre argomenti ed esempi dissuasivi. La scelta del cristianesimo non corrisponde ai criteri di omologazione vigenti, secondo i quali si è liberi quando si sta nel mercato che decide per te le offerte migliori, fra le quali puoi scegliere unicamente per il tuo piacere. E allora? Non siamo forse tutti incalzati dal comandamento di essere anti-conformisti anche nei confronti delle logiche di mercato? L’evento di un adulto che sceglie la fede non dovrebbe essere celebrato come un eccesso della libertà? Il fatto è che, nel frattempo, la logica del mercato si è inghiottita persino il nostro inconscio. E ha plasmato così in profondità la nostra mente da rendere incomprensibile una libertà che non sia quella di appartenere a se stessi, e al proprio tempo. Il tragico risvolto di indifferenza che sta nascosto in questa apparente esaltazione della libertà (che diventa quella di essere "abbandonati a se stessi") è rimosso. L’angosciante intimidazione che sta dietro il comandamento di uniformarsi alla regola imposta dai tempi ("così va il mondo, oggi", "è la modernità bellezza"), è oscurata in tutti i modi. Intanto, però, la trionfante narrazione delle "magnifiche sorti e progressive", con la quale avevamo incominciato a coltivare, insieme con la scoperta di molti doni ricevuti da Dio, l’accumulo del nostro delirio di onnipotenza nei suoi confronti, da tempo non suona più come una marcia trionfale, ormai. La narrazione più diffusa è piuttosto quella della sua crisi, che ci affonda. Il racconto dice che non siamo più di nessuno: e se siamo di qualcuno, non si tratta certo di noi stessi. Siamo nella bolla sempre più grande di una malinconia permanente. Oscilliamo, impotenti e senza via d’uscita, fra la rabbia e la rassegnazione. Ed ecco. Un evento apparentemente semplice, non previsto dalle statistiche, sgonfia il palloncino con un botto. Il fatto che un adulto arrivi a riconoscere con gioia di appartenere a Dio, e incontri in Gesù la conferma di una figliolanza non casuale - e anzi eterna - che ci tiene saldi per la nostra destinazione, attraverso i turbini di tutte le credenze, i pregiudizi, gli accanimenti religiosi e irreligiosi della storia, è un evento che andrebbe salutato come un antidoto. Il cristianesimo ricomincia a essere tema di conversione e di scelta. Dunque, argomento di intelligenza della condizione umana ("metanoia", letteralmente "cambio di mentalità"). E varco di libertà, nel quale riaprire personalmente la porta del proprio destino, sbarrata dalla prescrizione di liberarsi di Dio e dei suoi segni. Compresi quelli che lo Spirito attiva, indelebili, anche nel più piccolo gemito della più piccola fra le creature. Noi stessi forse, ecclesiastici e laici, ce n’eravamo dimenticati che il cristianesimo è questo, in primo luogo? Eravamo forse troppo presi anche noi dalle logiche dell’accumulazione e della clientela, cercando rendite di posizione più che di evangelizzazione? Il segno del grande raduno mondiale dei rappresentanti dei "catecumeni", col quale si chiuderà a fine novembre l’Anno della fede, dovrà scuotere e incantare anche noi. L’anti-storia della narrazione secolarizzata - del progresso, come della crisi - si popola di nuovi soggetti. La porta della fede rimane aperta: bisognerà trovare un nuovo zelo per la pulizia del tempio, e nuova cura perché da quell’apertura siano rimosse le cianfrusaglie, spianati gli ostacoli, colmati i buchi. Il problema dei nuovi catecumeni, infatti, non è soltanto quello di provare che sono all’altezza del loro ingresso, attraverso la Chiesa. È ancor più quello di trovare una fede calda e una comunità viva per il loro legame con il Corpo del Signore. La loro accoglienza, e quella dei molti che verranno, è il segno che deve seguire: anche per i molti che abitano altrove. Perché questo è solo l’inizio della storia che sta incominciando. Dovunque.
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