venerdì 6 gennaio 2017
Lo stato di salute del cattolicesimo italiano non è molto migliore di quello della comunità nazionale. La difficile ricerca del bene comune in un momento di crisi della democrazia
Alcide De Gasperi, Stefano Cavazzoni e don Luigi Sturzo a Napoli nel 1921

Alcide De Gasperi, Stefano Cavazzoni e don Luigi Sturzo a Napoli nel 1921

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La situazione in cui versa la nostra comunità nazionale è davvero difficile. Sotto ogni profilo e in una misura che non ha eguali in tempi recenti. La gravità delle condizioni del nostro Paese è profondamente connessa alle profonde difficoltà che attraversa l’Europa, l’insieme delle società libere, la società globale nel suo insieme. Eppure ogni dimensione di questa crisi in Italia presenta tratti ancora più acuti. Non bastasse ancora, tutta una generazione di giovani, quelli nati dagli inizi degli anni 90, in età di ragione non ha conosciuto altro che crisi.

Non abbiamo modelli per prevedere quanto è esteso e profondo il futuro su cui questo aspetto della crisi avrà effetti. La crisi in corso ha tante dimensioni. Non è, come altre volte è capitato, crisi della dimensione politica di una società altrimenti robusta o crisi della dimensione economica di una società per il resto vivace. Non riusciamo neppure a capire se ci troviamo ancora nel travaglio di una trasformazione, dura, ma aperta su possibilità diverse e migliori rispetto al passato, o se questo è sfumato e siamo ormai solo preda di una cieca reazione e della rabbia diffusa e autolesionista (cfr. Brexit o Trump) di cui scaltramente la reazione si alimenta.

In questo contesto spicca la gravità dello stato della politica. Essa è sempre più spesso incapace di recare il proprio contributo, parziale ma indispensabile, al bene comune.

Non solo i princìpi, che valgono sempre e per tutti, ma anche i fatti e le cose chiamano in causa le responsabilità dei cattolici italiani, perché in Italia e in Europa solo con il contributo dei cattolici ci si è ripresi dalle tragedie e dai fallimenti politici del Novecento e, senza un largo contributo di cattolici, fare altrettanto oggi sarebbe improbabile.

Quello di De Gasperi non è l’unico nome che può essere fatto, ma è più che sufficiente per illuminare la cogenza dei princìpi (di sempre) e la forza dei fatti e delle cose (di ieri e di oggi). La rinascita civile e democratica dell’Italia dopo la dittatura fascista e la guerra, nonché l’avviarsi dell’Europa oltre la gabbia del sistema degli Stati capace di generare due guerre mondiali in tre decenni, porta quel nome tra i primi.

Con la fine del XX secolo, anche nella nostra Europa sembrava che si fosse riusciti a togliere alla politica il monopolio sul bene comune. La profezia del magistero sociale cattolico si era avverata ('sussidiarietà verticale' e 'poliarchia'). Ciò nonostante, ora la politica fa fatica a svolgere un lavoro più piccolo e non meno importante senza oscillare tra nostalgia e cinismo. Quando la politica parlava solo di valori, usava il termine come soprannome di 'ideologia'. Ora che la politica dice di occuparsi solo di interessi, cura solo quelli di pochi – pochissimi – e agli altri solletica emozioni e istinti. La politica non sa più connettere interessi e valori, 'governo' e 'partito'.

E così la domanda di valori decade in rabbia ('The Economist': politics of anger, post truth politics) e si accontenta di sottoprodotti pericolosissimi (populismo, giustizialismo).

L Italia è divenuta il caso emblematico di questo fallimento. Almeno trent’anni di riforme istituzionali mancate sono il segno plastico del tentativo fallito di fare manutenzione del modo democratico di connettere valori e interessi, il modo della responsabilità (Roberto Ruffilli) nel regime dell’agonismo della libertà (Luigi Sturzo). Energie sociali e civili sono state sprecate senza riuscire a costruire un regime di imputabilità personale dei poteri politici a partire – ovviamente – da quelli maggiori. Sicché l’opinione pubblica è meno attenta alle politiche che alla politica, nella illusione che questa sia spettacolo gratis. Lo stato di salute del cattolicesimo italiano non è molto migliore di quello della comunità nazionale. (È questo il prezzo che paga per non essere ancora una minoranza irrilevante e trascurabile).

Tuttavia il cattolicesimo italiano non ha ancora del tutto perso l’abitudine a tentare di connettere valori e interessi, e a farlo non solo ciascun per sé, o in pochi, ma anche dialogando in raggi più ampi. Ha ancora eventi e istituzioni nelle quali di una decisione politica non ci si chiede solo: «conviene?», ma anche: «che cosa significa?». Molto spesso lo fa in modi vecchi e in termini non facilmente utilizzabili. Altre volte lo fa per stanca abitudine, ma ancora lo fa, e di questi tempi è già qualcosa. Per questa ragione, ormai dismessa o fortemente ridimensionata ogni istanza integrista, il cattolicesimo italiano resta risorsa per la comunità nazionale. Per usare una espressione che fu di Anastasio Ballestrero, in un contesto che si frammenta il cattolicesimo italiano ha conservato una certa abitudine al convenire.

Fatti, cose e princìpi ci giudicheranno. Come cattolici italiani non saremo facilmente assolti dal non aver saputo declinare e istituzionalizzare in termini di responsabilità quel po’ di capacità che ci è rimasta di collegare fatti e interessi. Lo stato in cui versa la comunità nazionale, e quella europea, rende gravemente colpevole ogni parola e ogni opera di avarizia politica, e anche ogni omissione.

Tanti fatti hanno sgombrato il campo da ogni richiamo alla unità politica dei cattolici. Lo stesso magistero è da tempo ormai lucido antidoto a una tale tentazione. Combinare valori e interessi è sempre opera storicamente determinata. Non si svolge certo in un territorio eticamente irrilevante, non è dunque immune da discernimento ecclesiale, ma ciò non esclude che nella maggior parte delle circostanze questa opera si possa compiere in più di un modo. A questo si aggiunga che il cattolicesimo italiano è ormai più piccolo che in passato e che, quand’anche politicamente unito, da solo poco potrebbe rispetto alle prove in cui ci troviamo. Così ora comprendiamo meglio perché anche per chi la avvicinò più degli altri, De Gasperi, la unità politica dei cattolici restò sempre conseguenza – non premessa – della efficacia di un programma politico non confessionale, espressione di una organizzazione politica autonoma.

Dunque, l’appello che i fatti, le cose e i princìpi rivolgono con durezza a tutti i cattolicesimi politici ancora vivi nella società italiana è quello a rimettersi in gioco, in modo pienamente politico. Ciò che oggi manca non è certo la visibilità politica di cattolici, ma la rilevanza del cattolicesimo per la politica. Saranno soprattutto le circostanze concrete a decidere in quali e quanti fronti questi cattolicesimi politici si raccoglieranno.

Nelle democrazie liberali competitive e governanti, il cattolicesimo politico si manifesta rilevante in entrambi gli schieramenti. Non si raccoglierà mai davvero questo appello politico di fatti, cose e princìpi se non affrontando anche, ciascuno, una franca autocritica. Perché le buone ragioni del federalismo cattolico, del cattolicesimo liberale, del vecchio e nuovo centrismo, del moderatismo cattolico, del riformismo cattolico, del cattolicesimo sociale, quelle della operazione che prese il nome da Todi e quella di chi ha condiviso la avventura renziana non hanno portato i frutti politici che forse avrebbero potuto? Non porsi ciascuno una domanda del genere prepara solo un nuovo fallimento.

Il riferimento al potente rinnovamento conosciuto dal magistero sociale cattolico con il Vaticano II e sulla sua scia, come lo stesso magistero insegna, non risparmia a nessun cattolicesimo politico il lavoro di interpretazione politica e di innovazione politica, però lo facilita come mai prima. Ciascun filone di cattolicesimo politico ha tutto il diritto di giocarsi autonomamente le proprie carte e tutti abbiamo interesse che ciascuno lo faccia. In questo quadro può trovare spazio una riflessione meno imparziale. Chi oggi ritiene che non sia definitivamente sbarrata la strada verso una società più aperta, con una più solida sussidiarietà orizzontale, più poliarchica, trova nelle battaglie di Sturzo e De Gasperi nulla che possa essere ripetuto, ma alcuni spunti utilissimi allo sforzo sempre nuovo di collegare valori e interessi attraverso le istituzioni della responsabilità.

Tra questi spunti, nel momento presente alcuni paiono disperatamente utili: il valore della organizzazione politica come condizione della rilevanza politica e come premessa di ogni più larga alleanza; la coscienza di quanto il nesso tra politica interna e politica internazionale sia inestricabile; la consapevolezza che il bene comune non può mai essere ridotto all’interesse nazionale, ma che la ricerca di questo può servire a meglio intendere e perseguire quello; il riconoscimento della libertà religiosa come istituzione fondamentale per la qualità civile di una convivenza; la certezza che una politica limitata sa limitare meglio i poteri di natura non politica (economici, ad esempio) senza i quali una società non vive, ma la cui egemonia non è meno grave della egemonia del potere politico; il diritto (che non vive né solo né sotto la legge dello Stato) come presidio della eccedenza delle persone da sottrarsi sempre all’arbitro di qualsivoglia potere sociale.

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