mercoledì 20 gennaio 2010
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Caro direttore,qualche tempo fa sono stato in Germania con la mia famiglia. Sulla via del ritorno, per recarci all’aeroporto «Tegel» di Berlino, abbiamo deciso di prendere il taxi. Erano le 5.40. Considerando la media delle tariffe romane per un tragitto analogo – per esempio quello dalla mia abitazione allo scalo di Fiumicino, circa 55 euro in orario diurno – e soprattutto tenendo presente la fascia oraria notturna, per il pagamento avevo preparato più di 50 euro. La richiesta del tassista tedesco è stata invece di 27,20 euro, con ricevuta. Sono rimasto ovviamente sorpreso. Quali saranno i motivi di tale differenza? Le risposte potrebbero essere molte e le lascio immaginare. Ma se un semplice e parziale confronto diretto con un’altra realtà europea ci sorprende, che cosa possiamo aspettarci su questioni ben più rilevanti quali ricerca, istruzione, legalità, eccetera?

Gianfranco Chicca

Sul costo dei taxi in Italia – e in special modo nelle due metropoli, Roma e Milano – molto si è scritto, ma senza ottenere alcunché. E il problema resta, nella consapevolezza che ci sono servizi – come le auto pubbliche – e luoghi che sono un po’ il «biglietto da visita» del Paese, nel bene e nel male. In questa chiave è indiscutibile che Milano detenga un vero e proprio primato, almeno per quanto riguarda la corsa dall’aeroporto principale – Malpensa – alla città: 85 euro (95 Malpensa-Linate). Per fare un confronto , il passaggio in taxi dall’aeroporto newyorkese «JFK» a Time Square, nel centro della Grande Mela, costa circa 45 dollari, ovvero 31 euro. E resta il fatto che, stando a vari studi commissionati dalle associazioni dei consumatori, le nostre tariffe taxi si confermano tra le più alte nel Vecchio Continente, a fronte di un servizio non sempre soddisfacente in termini di tempi di attesa, puntualità, confort, gentilezza ecc. I taxisti corretti e per bene sono tanti, tantissimi. Ma le mele marce purtroppo non mancano. E chi dovrebbe vigilare e intervenire – penso a certe arcinote situazioni alla Stazione Termini di Roma – rinuncia inspiegabilmente a farlo. Un doppio danno per molti sbalorditi cittadini e, in modo ancora più grave, per tanti ignari (e un po’ sprovveduti) turisti.Ciò premesso, è evidente che la sua lettera solleva il problema più generale dell’«affidabilità» del – chiamiamolo così – «prodotto Italia», su cui si giocano concretamente il ruolo, il prestigio e la competitività internazionali dello Stivale. Anche qui, naturalmente, le generalizzazioni sono vietate. Perché questo, checché se ne dica, non è un Paese di furbi: grandissima parte di noi italiani si spende con onestà e retta coscienza, facendo il proprio dovere. Però, questo, è indubbiamente anche il Paese machiavellico del «particolare», dove corporazioni e clientele contano molto, e dove i «furbi» continuano troppo spesso ad avere vita facile, grazie alla farraginosità delle leggi e a un’impunità che nulla ha a che vedere con il garantismo vero, e con la tutela del bene comune. Ragioni che sottolineano l’urgenza di quella svolta «incredibile» eppure necessaria nella capacità riformatrice e regolatrice della politica, che ho richiamato nella risposta al lettore Bagnai, pubblicata in questa stessa pagina domenica 10 gennaio.
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