venerdì 20 luglio 2018

Barlumi. Barlumi di un’Unione Europea come la vorremmo e come dovrebbe essere. Un piccolo, ma significativo segnale. Perché ieri – se pure con scandaloso ritardo – l’Europa delle patrie e dei cittadini, ma soprattutto l’Europa dello stato di diritto, dei diritti dell’uomo, l’Europa degli ideali che l’hanno vista unirsi e crescere sulle macerie della Seconda guerra mondiale ha finalmente battuto un colpo. Proviene dalla Commissione Europea, che ha deferito alla Corte di Giustizia l’Ungheria per il mancato rispetto delle normative europee su asilo e ricollocamenti, aprendo contestualmente una procedura d’infrazione per la cosiddetta "norma anti-Soros", quella cioè che mette fuori legge le associazioni che danno sostegno ai migranti, in quanto a sua volta viola le prescrizioni sul diritto d’asilo e, per di più, la Carta dei diritti fondamentali della Ue.

La linea dura di Budapest sul ricollocamento dei migranti è nota, ed è speculare a quella dei Paesi del gruppo di Visegrád (Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia, cui si aggiungono a pieno diritto l’Austria e – se solo lo potesse – la Baviera del leader Csu, Horst Seehofer), per i quali l’ingresso di profughi e migranti nei rispettivi Paesi sarebbe un attentato alla purezza etnica e alla stabilità sociale. «Una strada per l’inferno», l’ha bollata senza mezze misure il premier ceco Andrej Babis. E questo dovrebbe fare capire quanto flirtare con quei Paesi sul tema migrazioni non può portare nulla di buono all’Italia.

Ma ancor più perverso è quello "Stop Soros Act", il provvedimento votato di recente dal Parlamento ungherese destinato a colpire chiunque – non importa se Ong o privati cittadini – offra aiuto ai migranti irregolari, con pene che includono anche il carcere. Bersaglio d’elezione del presidente Orbán, il finanziere-filantropo americano di origine ungherese George Soros, creatore della Open Society Foundation e ritenuto dalla propaganda magiara il grande elemosiniere e manovratore delle organizzazioni umanitarie impegnate nell’area del Mediterraneo.

La campagna di demonizzazione nei confronti di Soros – che, come molti sanno, un santo non è – assomiglia da vicino a quella che Erdogan ha scatenato nei confronti del suo ex alleato Fethullah Gülen, considerato l’ispiratore del golpe fallito in Turchia e in nome del quale si sono imprigionati giornalisti, licenziati magistrati, funzionari dell’amministrazione pubblica, ufficiali dell’esercito, insegnanti. Così si usa nelle democrature, in quei simulacri di democrazia dove l’assenza della libertà di stampa e la latitanza dello Stato di diritto abbisognano per mantenere il consenso del costante spauracchio di un nemico esterno a ridosso dei "sacri confini". E proprio queste democrazie a mezza strada fra populismo autoritario e vera dittatura, esercitano – e non da ieri – un’innegabile (e purtroppo spiegabile) seduzione su vaste porzioni dell’elettorato europeo, tanto da aver minato molte delle certezze su cui l’edificio comunitario si era fondato, scuotendone i pilastri che credevamo solidissimi e inattaccabili.

Se ciò è impunemente accaduto sotto i nostri occhi, la responsabilità più pesante va ascritta all’Unione Europea stessa. Il suo laissez-faire, quel colbertismo che dall’economia è trasmigrato nella politica, come se l’Europa dei cittadini non fosse nient’altro che un mercato di libero scambio e non un progetto di federazione di popoli e di visioni condivise, ha consentito che si giungesse agli obbrobri legislativi di tutti quei civilissimi Paesi troppo a lungo ridotti a satelliti dell’Unione Sovietica e che, così, con l’Europa delle democrazie hanno avuto solo una saltuaria dimestichezza nel corso del Novecento e in fondo – il sospetto talvolta ci ghermisce – della democrazia solidale come noi occidentali la intendiamo non sappiano bene che farsene.

Anche se si giovano della generosa solidarietà economica e del quadro normativo dell’Unione Europea, e con essi hanno trovato una nuova via di prosperità alla quale ora non rinuncerebbero facilmente. Ben venga dunque questo rinato barlume di Europa, anche se lente e complesse sono le procedure della Corte e si spera che prima che le misure previste vengano adottate, chi governa a Budapest trovi il modo di ravvedersi. Quanto a noi, che nell’Unione Europea continuiamo a vedere un destino e un progetto condiviso, non possiamo che, una buona volta, applaudire.

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