martedì 16 maggio 2017

Il Def 2017, che sta compiendo il suo cammino di esame in Parlamento, contiene segnali contraddittori rispetto alle problematiche sociali. È sicuramente da registrare con soddisfazione – soprattutto dalle colonne di un giornale come “Avvenire” che ha condotto una lunga battaglia culturale per questo – che il nuovo Documento di economia e finanza predisposto dal Governo introduca l’indicatore di Benessere equo e sostenibile (Bes) tra quelli da monitorare per verificare l’impatto delle manovre pubbliche sul Paese non solo in termini squisitamente economici.

Prima in Europa, l’Italia si aggiudica il merito di avere accolto le sollecitazioni provenienti dalla Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis), dal movimento europeo “Oltre il Pil” e dal movimento italiano per il benessere equo e sostenibile. Previsto già nel 2016 (con la legge 163), il percorso è ora tracciato nei suoi dettagli, con la scelta di 4 indicatori principali (reddito medio disponibile, indice di diseguaglianza, tasso di mancata partecipazione al lavoro ed emissioni di CO2 e di altri gas clima alteranti) e con l’importanza assegnata a tale innovazione, citata a inizio del Documento. Si conferma così la capacità dell’Italia di cogliere, a volte prima di altri, alcuni aspetti importanti, come accadde con le prime forme di Reporting sociale lanciate proprio qui negli anni 60 del Novecento. Accanto al Bes, il Def 2017 prevede anche un’altra importante novità: il Rei (Reddito di inclusione), prima vera misura strutturale italiana di contrasto alla povertà nata sulla base delle spinte provenienti da Alleanza contro la povertà. L’Isr, misura del reddito effettivamente disponibile, affiancherà l’Isee.

E su questa base si differenzieranno interventi e nuovi servizi di inclusione sociale, con una linea di finanziamento dedicata. Bene. Viene però spontaneo chiedersi se Bes e Rei riusciranno a ribaltare una situazione decisamente critica, visto che attorno al Def 2017 sorgono non poche preoccupazioni proprio rispetto al fronte “sociale”. Innanzitutto, per quanto riguarda i fondi dedicati a specifiche categorie di bisogno. Le Regioni hanno già suonato l’allarme: la spesa pubblica sociale è troppo bassa e non si annunciano interventi migliorativi rispetto ai 210 milioni di euro destinati alle politiche sociali o ai 38 per l’assistenza ai disabili, decisamente insufficienti nonostante l’intervento aggiuntivo regionale di altri 50 per la non autosufficienza. Guardando poi alla spesa sanitaria, la crescita della componente anziana della popolazione, confermata dai dati 2016 dopo lo stallo del 2015, e quella delle patologie croniche (la double expansion of morbidity, come è stata definita la crescente incidenza delle cronicità per anziani e giovani adulti), richiederebbero uno sforzo maggiore di investimento.

E invece, dopo la riduzione subita negli scorsi anni, la spesa sanitaria pubblica ha ripreso a crescere, ma in maniera insufficiente. Proprio il Def 2017 prevede che nel triennio 2017-2019 si determini un aumento annuo dell’1,3% che corrisponderà a 114 miliardi di euro per il 2017, a 115 nel 2018, a 116 nel 2019 ed a 118 nel 2020, con una incidenza percentuale sul Pil, attualmente pari a 6,8%, che scenderà al 6,5% nel 2018 ed al 6,4% nel 2019, un livello sotto la media europea e giudicato da molti decisamente inadeguato. La spesa media totale pro capite italiana è di molto inferiore alla media Ocse (3.272 vs 3.814 dollari), al di sopra solo della Spagna e di altri Paesi meno sviluppati del nostro, mentre tra i Paesi ricchi del G7 ci collochiamo all’ultimo posto per spesa pubblica e secondi per spesa a carico dei cittadini. Questa peraltro continua ad aumentare: ha superato nel 2015 i 34 miliardi di euro e non è intermediata, se non in minima parte, da fondi e mutue. Aumenta anche il disagio psichico e, secondo il rapporto Health Consumer Powerhouse, l’Italia detiene un valore dell’Indice di soddisfazione dei consumatori in sanità non particolarmente alto (682 punti, tra il 927 dell’Olanda ed il 497 della Romania), con criticità segnalate nell’avanzamento della sanità digitale, nell’accesso alle cure specialistiche, nelle liste di attesa, nella cure a lungo termine, nella diffusione dei parti cesarei, nell’accesso ai farmaci innovativi, nell’abuso di antibiotici.

Anche il Rapporto dell’Ocse Tackling Wasteful Spending on Health (Affrontare gli sprechi in sanità) del gennaio 2017, segnala la necessità di intervenire sulla spesa inutile (soprattutto sul fronte dei parti cesarei e dei medicinali equivalenti). Tutti interventi necessari che richiedono un investimento maggiore in strutture, personale e ricerca, e azioni decise di rinnovamento della governance del “sociale” secondo formule che prevedano l’integrazione dei fattori dello sviluppo e la collaborazione di tutti i soggetti pubblici e del privato non profit.

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