Caso Quarto e infiltrazioni camorriste nel M5S. Assemblear-verticismo. E non sai che diventi


Marco Olivetti domenica 10 gennaio 2016
La vicenda delle infiltrazioni camorristiche nel comune di Quarto (Napoli), amministrato dal Movimento 5 Stelle, chiama in causa due problemi cruciali per questa forza politica: la diversità morale e la struttura organizzativa. Dal primo punto di vista, è noto che il partito di Grillo ha fondato la sua proposta politica su una radicale diversità fra i 'cittadini' onesti e la 'casta' corrotta, vale a dire fra sé e tutto il resto dell’offerta politica nazionale. Questa impostazione era in parte comprensibile, venendo da una forza nuova, estranea al sistema politico del ventennio precedente. E come già accadde nel cruciale passaggio fra prima e seconda Repubblica (1992-94) il discrimine vecchio-nuovo si è sovrapposto agli altri (economico-sociale, geografico, culturale-religioso), che attraversano una società complessa. A ciò si aggiunga il dato generazionale: dato che gran parte degli eletti grillini ha meno di 40 e talora meno di 30 anni, l’estraneità alla politique politicienne poteva essere in qualche modo presunta, con conseguente estraneità anche alla zona grigia del malaffare e delle 'mani sporche'. Tutto ciò contiene senza dubbio alcuni elementi di verità, che non possono essere cancellati dalla vicenda di Quarto. Ma quest’ultima dimostra anche che la pretesa della diversità morale non regge, così come non reggeva quando ad inalberarla era il Pci di Enrico Berlinguer (si è poi saputo che quel partito, certo meno esposto di altre forze politiche italiane ai finanziamenti illeciti, riceveva non marginali risorse dall’Unione Sovietica). Inoltre la tesi della radicale diversità morale è pericolosa non solo perché rischia di non vedere ciò che accade a casa propria (vedi Quarto), ma anche perché appiattisce tutto ciò che accade a casa altrui in una dimensione di inevitabile corruzione, quando non di collusione con la criminalità organizzata. La storia dell’Italia postbellica dimostra invece proprio il contrario e una lettura senza sfumature della complessità dei partiti e delle storie personali non è accettabile. Ma il vero problema è forse un altro, ben più grave della questione della diversità morale dei Cinquestelle, perché va al cuore del modo in cui questo movimento è organizzato: un terreno, questo, in cui vi è effettivamente una diversità rispetto alle altre forze politiche. Il M5S, infatti, si è presentato come un movimento, allo stato inevitabilmente fluido, senza sedi e organizzazioni, né centrali, né periferiche. Il partito, dice la narrazione grillina, sono i cittadini. Interconnessi tra loro da legami molto labili, consistenti da un lato da un ideale di contrapposizione radicale alla politica preesistente e dall’altro dalle possibilità offerte dal web e dai social media. Un movimento 'leggero', dunque, e per questo sobrio e poco costoso, ben distinto dai partiti appesantiti dalle loro avide burocrazie. Questo modello ha svolto un ruolo cruciale nello sviluppo del M5S durante gli scorsi anni, ma costituisce solo un lato della realtà politica che esso rappresenta. A questo elemento leggero e assembleare, integrato dalla dimensione telematica e dal mito della pubblicità generalizzata, se ne è infatti aggiunto un altro: quello della leadership esterna, affidata per lungo tempo al binomio Grillo/Casaleggio e ora integrata da un direttorio composto da alcuni deputati. Questo secondo elemento non può affatto essere sottovalutato: il ruolo del leader Grillo è stato decisivo per portare i Cinquestelle da percentuali da prefisso telefonico allo strabiliante 25% delle politiche del 2013. Ma la leadership esterna – in una forma autocratica, se possibile ancor più verticistica di quelle di Craxi e Berlusconi – ha svolto anche un’altra funzione, tutta interna al movimento: proprio in quanto questo nasceva fluido e leggero, esso poteva essere tenuto unito solo da un leader incontestabile. Del resto questa non è una novità: i momenti rivoluzionari (dal 1789 al 1917, per non citare che due date simboliche) hanno spesso visto convergere una miscela di assemblearismo e di assolutismo verticistico (da Robespierre a Lenin). La vicenda dei pentastellati (la 'costituzione materiale' del Movimento, insomma) è inevitabilmente sospesa fra queste due anime, l’una delle quali non esiste senza l’altra: la prima sicuramente nuova per la politica italiana, la seconda addirittura più accentuata delle altre leadership autoritarie cui i vecchi partiti ci hanno abituati (oggi immaginare i Cinquestelle senza Grillo è più arduo che pensare il centrodestra senza Berlusconi e il Pd senza Renzi). La vicenda di Quarto c’entra, e molto, con l’organizzazione dei Cinquestelle. Un Movimento destrutturato e organizzativamente fluido è esposto alle infiltrazioni esterne, specie in aree geografiche non particolarmente sane, più di quanto lo sia un partito organizzato. E lo è al di là delle intenzioni stesse dei suoi leader (per cui, paradossalmente, non ha torto Grillo quando dice che il suo Movimento è «parte lesa» in questa storia). Sarebbe una grave ingenuità sottovalutare quanto sta accadendo: non solo perché il M5S non è radicalmente diverso dagli altri partiti dal punto di vista morale, ma anche perché lo è dal punto di vista organizzativo. E non ogni infiltrazione potrà essere sanata a colpi di ukaze adottati dal leader.
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