sabato 28 novembre 2015
La donna ingiustamente accusata di blasfemia in Pakistan e in carcere da 2.349 giorni. Divisi i figli, il marito e le ragazze ospiti in una scuola. (Lucia Capuzzi)
Lahore, sterminata e claustrofobica. Infinita, con i suoi 1.772 chilometri quadrati. E, al contempo, minuscola. Perché, quando sei braccato, i negozi e mercati si trasformano in occulti posti di blocco. Le strade in labirinti. E la folla in un potenziale nemico. Ognuno degli oltre cinque milioni di abitanti può diventare il delatore. O il carnefice. Una città intera, perfino una megalopoli, si converte, allora, in prigione. Un penitenziario in cui la famiglia Masih vive ormai da 2.349 giorni. Gli stessi da cui è rinchiusa Asia Bibi. L’arresto della quarantacinquenne donna cattolica con la falsa accusa di blasfemia, il 19 giugno 2009, e poi la sentenza di morte, l’11 novembre dell’anno successivo – contro la quale la Corte Suprema ha accettato il ricorso, il 22 luglio scorso – hanno comportato anche “l’incarceramento virtuale” dei suoi congiunti: il marito Ashiq Masih e i cinque figli, i maschi Nasim e Imran, e le ragazze Asha, Sidra, ed Esham, colpita da disabilità. «Quel giorno hanno condannato anche noi», racconta Ashiq con voce concitata. Le parole, in urdu, si sovrappongono in una lunga cantilena. La traduzione, in inglese, risulta asetticamente stringata. «Siamo dovuti fuggire da Ittanwali, minuscola cittadina del Punjab. Eravamo la “famiglia della blasfema', dunque blasfemi anche noi. E meritavamo la morte agli occhi dei fanatici. L’unica via per salvarci era rinnegare Asia. Ma non l’avrei mai fatto. Così, ci siamo rifugiati a Lahore. Speravamo di poter vivere tranquilli. Ma no... E, ora, non abbiamo più nulla. Nemmeno un tetto». Da tre mesi, Ashiq e le tre figlie – i maschi sono nascosti altrove – vivono in un’aula vuota di una delle scuole della Renaissance Education Foundation, grazie alla generosità del direttore, Joseph Nadeen, che li ha accolti. In quale dei vari istituti che l’Ong ha costruito a Lahore, non può essere rivelato per ragioni di sicurezza. «È troppo pericoloso», dice Joseph, al telefono con “Avvenire”. La tensione degli estremisti è cresciuta rapidamente da quando la Corte Suprema ha accolto l’istanza della difesa e ha deciso di pronunciarsi su Asia. L’ipotesi di un rovesciamento del verdetto e del rilascio ha riacceso la furia fondamentalista contro «la donna che ha offeso Maometto». Le accuse sono palesemente false, agli estremisti, però, non importa. Asia deve morire. E, se non possono toccare lei, si accaniscono con quanti le stanno vicino. È già accaduto con Salman Taseer e Shahbaz Bhatti, uccisi per aver levato la loro voce contro l’ingiustizia. E Ashiq rappresenta un “bersaglio” ambito. «Ho dovuto smettere di lavorare, ci ho provato più volte da quando sono venuto a Lahore, nel 2011. Dopo poco tempo, venivo riconosciuto e dovevo lasciare. I gruppi islamisti radicali hanno fatto circolare le mie foto. Non hanno mai smesso di cercarmi. Nonostante le precauzioni, c’era sempre qualche spia che li avvertiva. Da quest’estate, poi, ogni movimento è diventato impossibile. Siamo andati avanti solo grazie al contributo della Renaissance. In agosto, però, il padrone di casa ha deciso di aumentare l’affitto. I soldi non ci bastavano e non potevo lavorare per guadagnarne altri. Alla fine, ci hanno cacciato. Siamo finiti sulla strada. Se Joseph Nadeen non ci avesse teso la mano, non so come saremmo finiti. Non siamo più nel nostro villaggio. Non conosciamo nessuno. Siamo persi in questa giungla di cemento», spiega ad “Avvenire”, grazie all’aiuto dell’interprete. Joseph Nadeen, però, minimizza il proprio ruolo: «C’era un’aula non utilizzata nella scuola e gliel’ho messa a disposizione. Tutto qui». In realtà, l’insegnante e attivista per i diritti umani “veglia” sulla famiglia di Asia dal 16 dicembre 2011, quando ha conosciuto Ashiq. «È stato un amico inglese a presentarmelo – racconta –: faceva parte di un’associazione umanitaria e aveva seguito la vicenda di Asia. Era venuto in Pakistan per parlare con i familiari e tramite lui, siamo entrati in contatto. Quel giorno, quando Ashiq mi ha parlato del suo terrore, dell’angoscia di vivere braccato, ho promesso che l’avrei aiutato. Mi limito a tener fede alla parola data». Grazie a Nadeen, Ashiq e i figli sono arrivati a Lahore e sono sopravvissuti, in clandestinità. Tante associazioni e Ong locali, nel frattempo, hanno usato il nome di Asia Bibi per fare soldi e pubblicità. «Ma nessuno di loro ci ha mai aiutato. Niente, non hanno fatto niente», sottolinea l’ex contadino. E aggiunge: «Sì, è brutto uscire solo dopo il tramonto, quando c’è poca gente, tenere gli scuri abbassati per paura di essere visti dai vicini, evitare di rivolgere la parola alle persone che incontri, non avere amici. Soprattutto per le ragazze, che sono rimaste con me. Sono giovani, soffrono tanto la solitudine. Non possiamo, però, lamentarci. Asia sta molto peggio di noi: è chiusa in una cella da oltre cinque anni. Dobbiamo essere forti anche per lei». Lei, Asia, in realtà, continua ad essere la roccia della famiglia. «È incredibile come riesca ad essere lucida, nonostante la terribile pressione», racconta Nadeen che va a trovarla nella prigione femminile di Multan almeno una volta al mese. «È forte – aggiunge –. Come la sua fede. Racconta che trova molto coraggio nella preghiera. Vederla, così, aiuta anche Ashiq e le figlie. Sono loro la principale preoccupazione di Asia. Più che la prigione, a farla soffrire è pensare i suoi cari senza un tetto». Le tre ragazze frequentano i corsi alla Renaissance. «Sono ottime studentesse», racconta con orgoglio Joseph. Inclusa Esham che, nonostante la disabilità, ha fatto enormi progressi. «Ha appena compiuto 17 anni, è cresciuta in fretta – conclude Ashiq –. Non è stato facile, senza la madre. Mi piacerebbe poterle dare almeno una casa. Invece siamo accampati in un’aula». Là attendono. Che giunga qualche aiuto inatteso. Che gli estremisti allentino la presa. Che la Corte Suprema si decida ad ammettere l’innocenza di Asia. E la liberi. «Sono ottimista», afferma Khalil Tahrir, principale legale della donna insieme a Saif ul Malook. Tahrir svolge il proprio incarico gratuitamente. Il caso Asia Bibi, anzi, gli è costato continue minacce di morte. Per tale ragione, la famiglia si è trasferita in Gran Bretagna. «Mi mancano. Ma non posso andare via. Per Asia e per le tante altre persone, ingiustamente accusate di blasfemia, che difendo. Ho imparato tanto da Asia Bibi. Starle accanto in questi anni mi ha insegnato molto, dal punto di vista umano e professionale. Penso che ne sentirò nostalgia quando sarà libera e, probabilmente, all’estero. Perché sarà libera. A breve i giudici fisseranno la data dell’udienza conclusiva. E, alla fine, Asia avrà giustizia. Non può finire in altro modo. Non c’è una sola prova contro di lei. Solo indizi fabbricati e già smentiti. La verità, alla fine, viene sempre a galla. Accadrà anche stavolta». 
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