venerdì 17 luglio 2015
Analisi dell'America non più gendarme. L'intesa con l'Iran sul nucleare bilancia l'impotenza in Medio Oriente. (Elena Molinari)
È presto per sapere se l’accordo sul programma nucleare iraniano scongiurerà veramente l’ingresso della Repubblica islamica nel club delle potenze atomiche. Ma la maggior parte degli esperti concorda già nel leggerlo come una svolta storica nelle relazioni internazionali statunitensi e, soprattutto, come un successo diplomatico dell’Amministrazione Obama. Questo spiega perché la delegazione Usa abbia perseguito per mesi l’intesa con tanta tenacia e perché, come mai era accaduto dalla Seconda guerra mondiale, un segretario di Stato Usa ( John Kerry) abbia passato 19 giorni in un solo luogo, impegnato su una sola questione. Barack Obama aveva bisogno della firma di Vienna, e non solo per «allontanare lo spettro di una guerra in Medio oriente». In sei anni e mezzo, aveva collezionato troppi pochi risultati in politica estera e cominciava a mancargli il tempo per segnare al suo attivo un successo memorabile. Attorno alla metà dello scorso dicembre, infatti, gli immancabili bilanci di fine anno evidenziavano come, nonostante la strenua opposizione repubblicana e un Congresso diviso, Obama avesse raggiunto più 'pietre miliari' in politica interna che sui fronti internazionali e tendevano a liquidarlo come un presidente cauto (o 'incerto'), che non aveva saputo affrontare con iniziative audaci le crisi presentate da un mondo sempre più caotico. All’epoca, sul lato positivo del libro mastro della politica estera obamiana, si potevano elencare solo il forte indebolimento di al-Qaeda, culminato nel blitz in Pakistan che ha portato all’uccisione di Osama Benladen (2 maggio 2011), oltre alla creazione di una coalizione internazionale per fronteggiare le nuove minacce del terrorismo jihadista (che non ha portato finora a contenerlo). Non va dimenticato nemmeno il poco citato accordo sul clima raggiunto con la Cina (novembre 2014), che rappresenta il primo protocollo ambientale fra un Paese industrializzato e uno in via di sviluppo, teso a ridurre le emissioni nocive e che potrebbe offrire un modello da elaborare per permettere alle economie emergenti di scavalcare la fase peggiore dell’'energia sporca'.   La lista però finiva qui. Il fatto che Obama abbia messo fine, come promesso, alle guerre in Iraq e in Afghanistan di solito viene catalogato nella zona grigia dei progetti incompiuti o delle decisioni che hanno avuto conseguenze indesiderate. In Iraq, il ritiro americano, giudicato affrettato dai generali, e l’indecisione della Casa Bianca nel negoziare con il governo iracheno la presenza di una piccola ma stabilizzante forza militare nel Paese hanno aperto la porta a una dilagante instabilità che le tensioni settarie e l’influenza iraniana hanno trasformato in un nuovo campo di battaglia per gli estremisti islamici. In Afghanistan, lo scenario è potenzialmente ancora peggiore. I rinforzi inviati da Obama prima di avviare il ritiro non hanno replicato il successo della operazione architettata dal generale David Petraeus in Iraq, e anche con una presenza americana i taleban stanno riprendendo il sopravvento.   Se dalla zona grigia si passa a quella con il segno meno, nell’eredità internazionale di Obama si trova una lunga lista di tentativi frustrati, in particolare in Medio Oriente e nel mondo islamico. Qui il presidente democratico è stato costretto a navigare nel caos che ha fatto seguito alla Primavera araba, ma alcuni dei fallimenti sono stati conseguenze di proprie scelte. La mano pesante dell’approccio anti-terrorismo in Yemen, con l’uso indiscriminato di droni telecomandati, e la decisione di perseguire un cambiamento di regime in Libia hanno prodotto risultati preoccupanti, come la degenerazione ulteriore di due guerre civili. La Libia post-Gheddafi, in particolare, è ormai uno Stato fallito, con un governo non funzionale, un territorio percorso con impunità dai jihadisti, combattimenti feroci nella regione sub-sahariana e un impressionante traffico di armi. Alcune delle quali sembrano finite nelle mani di Boko Haram in Nigeria.   E se in Siria l’Amministrazione Usa era riuscita a evitare un intervento diretto, con un accordo per rimuovere le armi chimiche del Paese, il tentennamento di Obama sull’uso della forza e scarsa fermezza sulla necessità che il presidente Bashar al-Assad lasciasse il potere, obiettivo perseguito e poi abbandonato, ha alimentato l’incertezza. Con il risultato che Assad si trova in una posizione di forza e che, come ha ammesso lo stesso segretario di Stato Kerry, in un «certo numero di casi», il governo di Assad ha recentemente utilizzato gas al cloro. In seguito, Obama non è riuscito a formulare una politica coerente nei confronti dell’ascesa dello Stato islamico. Ora il suo controllo di vaste aree in Iraq e Siria rappresentano una sfida che richiede soluzioni difficili.   In Terra Santa, il considerevole capitale politico speso da Obama e ancora più da Kerry nei negoziati israelopalestinesi non è servito a nulla. L’iniziativa di pace è naufragata poco più di due anni fa, e per il momento non vi sono speranze di una ripresa del dialogo. Nel frattempo, truppe russe sono intervenute segretamente in Ucraina. Le sanzioni contro Mosca volute dagli Stati Uniti rappresentano una mossa coraggiosa di Obama, ma non hanno impedito il trascinarsi del conflitto più pericoloso in Europa dai tempi della guerra nella ex Jugoslavia. Gli eventi in Medio Oriente e in Ucraina hanno inoltre ritardato la desiderata svolta del presidente americano verso il Pacifico. Le risorse diplomatiche e militari assegnate al continente asiatico non sono infatti aumentate dal 2011, quando Hillary Clinton, allora il Segretario di Stato, annunciò il riorientamento degli interessi statunitensi verso l’Asia. Questi eventi non sono tutti dirette conseguenze di errori di Obama. In un mondo che è necessariamente ben al di là del controllo di un presidente Usa, anche le scelte più sagge possono portare a risultati deludenti.   Ma fino a otto mesi fa tutti l’esile lista di successi al suo attivo dava da pensare. Poi è venuto il 17 dicembre, con l’annuncio dell’avvio del dialogo con Cuba al fine di normalizzare le relazioni diplomatiche con l’isola caraibica e di revocare l’embargo. Immediatamente, l’apertura venne definita «il più grande successo di politica estera» di Obama, accompagnata dallo stupore generale. Il presidente che aveva promesso di volgersi verso l’Asia e di pacificare il Medio Oriente sarà ricordato per un passo storico in una regione spesso trascurata dagli Stati Uniti: l’America Latina. L’annuncio era il risultato di 18 mesi di negoziati segreti facilitati dal Vaticano ed è stato simbolicamente suggellato ad aprile – al settimo Vertice delle Americhe di Panama – dal primo incontro di un capo di Stato Usa con l’omologo cubano negli ultimi 50 anni. Proprio ad aprile le trattative con l’Iran fecero un inatteso balzo in avanti, rompendo mesi di impasse, per arrivare a un’intesa provvisoria per lo smantellamento della maggior parte delle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. I dossier internazionali spinosi ancora aperti sono molti e il tempo a disposizione di Obama per risolverli è risicato. Ma negli ultimi mesi il presidente, che poco dopo il suo insediamento vinse il premio Nobel per la Pace solo sulla base di una serie di promesse, si è almeno assicurato di non essere ricordato come un leader inefficace sulla scena mondiale.
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