«Mio figlio, ucciso il 7 ottobre dal fuoco amico. Per questo ho detto a Netanyahu: vergognati»
di Lucia Capuzzi, inviata a Na'an
Alla cerimonia di lunedì, Yaakov Godo ha interrotto il premier dicendogli che ha «le mani sporche di sangue». Adesso, dopo 963 giorni in tenda davanti alla Knesset, il padre continua a combattere

«Noi siamo il giorno dopo», è scritto in ebraico e in inglese sulla sua maglietta bianca. Yaakov Godo, 77 anni, ne è convinto. Non sa, però, quando il tramonto calerà finalmente sul 7 ottobre in cui israeliani e palestinesi sembrano intrappolati da tre anni. Allora, potrà dire al suo Tom: «Riposa in pace». Finora non è riuscito a farlo mentre guarda la tomba nel cimitero di Na’an, il kibbutz nel centro di Israele dove il figlio è cresciuto prima di trasferirsi a Kissufim, nel Sud. Là, l’8 ottobre 2023, è stato ucciso dal fuoco amico dell’esercito durante l’incursione nel bunker dove si era rifugiato prima di far fuggire la moglie Limor e le figlie, Romi, Gefel e Tzur. «Hai le mani sporche del suo sangue e di quello delle altre 1.200 vittime, vergogna», ha gridato Yaakov Godo in faccia al premier, Benjamin Netanyahu, interrompendone il discorso alla cerimonia ufficiale di lunedì, sul Monte Herzl di Gerusalemme. «Perché l’ho fatto? Sono un comune cittadino, non ho molte occasioni per incontrare il primo ministro. Ho, dunque, approfittato dell’opportunità dell’evento per i familiari degli uccisi a cui ero stato invitato. Avrei voluto dirgli di più ma almeno mi ha sentito. So che è così perché si è fermato un attimo e ho visto il rossore sulle guance. Poi ha proseguito come se nulla fosse», racconta nella veranda della villetta di Na’an, circondato dagli oleandri e dai prati verdi nonostante l’afa quasi estiva. Si respira una calma irreale come se, d’improvviso, si fosse catapultati fuori dalla tensione di questo terzo anniversario alla vigilia del voto. Le parole di Yaakov Godo riportano di colpo alla realtà.
Cosa avrebbe voluto far presente ancora al premier?
Gli avrei chiesto di assumersi le sue responsabilità, di dimettersi e di ritirarsi dalla politica. Avrebbe dovuto farlo tre anni fa....
Netanyahu, invece, corre per il voto del 27 ottobre e, secondo i sondaggi, non è escluso che possa vincere ancora una volta...
È così ed è terribile. Io ed altri abbiamo fatto di tutto per fermare il governo, incluso stare per 963 giorni sotto una tenda. Non ci siamo riusciti. Almeno fino ad ora.
Lei ha trasformato il dolore per la perdita di suo figlio in protesta contro la guerra a Gaza. Come ha maturato questa scelta coraggiosa?
Sono impegnato da tutta la vita nella costruzione di una convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi: per questo, ho fatto la “scorta” ai pastori della Cisgiordania con l’associazione “Looking occupation in the eyes”. Il 7 ottobre e l’uccisione di Tom non hanno mutato le mie convinzioni, al contrario le hanno rafforzate. So che tanti parenti delle vittime non la pensano come me, purtroppo.
La richiesta di trasparenza, verità e giustizia per la strage è, però, condivisa. Qualcuno dell’esecutivo o delle forze armate le ha dato spiegazioni sull’errore che ha portato alla morte di suo figlio?
Nessuno si è fatto vivo in questi tre anni. Nessuno.
Perché si è opposto fin dall’inizio all’offensiva sulla Striscia?
Netanyahu l’ha portata avanti con l’unico proposito di restare al potere. Non gli è mai interessato eliminare Hamas che, appunto, è ancora là. A un mese dal massacro – una data importante per la religione ebraica –, così, con un gruppo di amici, ci siamo recati a Gerusalemme e accampati davanti al Parlamento dove siamo rimasti per due anni e otto mesi. Solo una notte – quella in cui Donald Trump è venuto nel Paese – ho lasciato la mia “casetta di plastica”, su ordine dei servizi segreti. I sostenitori di Netanyahu ci gridavano spesso insulti. Una volta hanno perfino cercato di dare fuoco alle tende. Ma siamo rimasti, anche se non è stato sufficiente. Siamo andati via solo quando sono state indette ufficialmente le elezioni.
È ottimista sull’esito della competizione?
Non molto. Mi auguro davvero un cambiamento. Sono, tuttavia, consapevole che non sarà facile. Anche se il governo venisse sconfitto, inoltre, non è detto che le varie forze dell’opposizione riescano a formare una coalizione duratura. Rischiamo di finire in una spirale di instabilità, con esecutivi brevi e ritorni alle urne.
E nella pace crede ancora?
So che un giorno, non tanto lontano, israeliani e palestinesi si lasceranno alle spalle l’odio e vivranno fianco a fianco. E continuo a lottare per accelerare l’arrivo di quel giorno.
La lotta di Yaakov Godo, dunque, continua?
Certo. Non smetterò finché avrò vita.
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