Trump ha tagliato i fondi per gli immigrati alla Chiesa della Florida

di Elena Molinari, New York
Nuovo attacco al mondo cattolico: stop a 11 milioni di dollari destinati alla Catholic Charities, la rete di organizzazioni caritative presenti in quasi tutte le diocesi simili alla Caritas italiana. L'arcivescovo di Miami: «Decisione contro ogni logica»
April 17, 2026
Immigrati sul confine messicano
Immigrati sul confine messicano
Stop ai fondi per gli immigrati alla Chiesa della Florida. L’Amministrazione di Donald Trump ha interrotto bruscamente un finanziamento da 11 milioni di dollari destinato alla Catholic Charities (la rete di organizzazioni caritative cattoliche presenti in quasi tutte le diocesi, simili alla Caritas italiana), ponendo fine a una collaborazione che dura da oltre sessant’anni. Il programma, attivo dagli anni dell’esodo cubano, offriva accoglienza e assistenza ai minori arrivati negli Usa da soli. Senza quei fondi i servizi dovranno chiudere nel giro di pochi mesi. La decisione è stata motivata con il calo degli arrivi di minori alla frontiera. Ma arriva pochi giorni dopo che Leone XIV è stato bersaglio di attacchi da parte del presidente Usa. Trump ha definito il Pontefice «debole sul crimine» e «pessimo in politica estera», accusandolo di posizioni troppo «liberal» e arrivando a sostenere che senza il suo sostegno non sarebbe oggi in Vaticano. A quelle parole si è aggiunto un post su Truth Social con un’immagine generata dall’intelligenza artificiale che ritraeva il tycoon in una posa che richiamava iconografie cristologiche. In questo contesto, la decisione su Miami colpisce un sistema che, da decenni, rappresenta uno dei pilastri operativi della politica migratoria americana: la collaborazione tra Stato e organizzazioni cattoliche per la gestione concreta dell’accoglienza.
Le Catholic Charities infatti non si limitano alla distribuzione di aiuti ma gestiscono, spesso per conto del governo federale, l’intero percorso di inserimento dei rifugiati: dall’accoglienza immediata all’alloggio temporaneo, dai corsi di lingua all’assistenza sanitaria, fino all’orientamento al lavoro e all’iscrizione dei figli a scuola. Un sistema costruito per rendere i nuovi arrivati autonomi nel più breve tempo possibile e che li porta a contribuire alla società americana. Per le precedenti Amministrazioni americane, repubblicane e democratiche, questo modello rappresenta da sempre una soluzione pragmatica che preferisce finanziare una rete radicata sul territorio, capace di mobilitare volontari e comunità locali, piuttosto che costruire da zero una struttura pubblica equivalente. Nessuna Amministrazione, finora, aveva mai messo in discussione in modo così diretto e drastico questo equilibrio. Già durante il primo mandato Trump, tuttavia, i segnali di una inversione di rotta erano emersi con chiarezza. La riduzione del numero di rifugiati ammessi negli Stati Uniti si è infatti immediatamente tradotta in forti riduzioni dei finanziamenti federali destinati alla conferenza episcopale Usa, tra i principali partner del governo per il reinsediamento.
Il risultato è stato un ridimensionamento progressivo dell’intera rete. Diverse affiliate di Catholic Charities hanno chiuso uffici o ridotto il personale. In Texas, la sede di confine di Rio Grande Valley vive da anni nell’incertezza finanziaria e anche organizzazioni specializzate nell’assistenza legale ai migranti hanno visto restringersi le risorse disponibili. In alcuni casi si è trattato di tagli espliciti, in altri, dell’effetto di politiche migratorie che hanno bloccato gli ingressi e ridotto i programmi di accoglienza in cambio di un’espansione dei centri di detenzione e delle deportazioni. Il caso di Miami rende ora questo processo visibile, perché, per la prima volta, non si tratta più solo di una contrazione progressiva, ma di una cancellazione di un programma simbolo che era diventato un modello nazionale di efficacia.
La svolta avviene in un momento in cui il rapporto tra la Casa Bianca e il mondo cattolico appare sempre più fragile. Nelle elezioni del 2024 Trump aveva ottenuto la maggioranza del voto cattolico, ma i sondaggi più recenti indicano un calo del consenso, anche in relazione alle posizioni di Leone XIV su immigrazione e politica estera. Le critiche del Papa — rilanciate da cardinali statunitensi come Robert McElroy, Blase Cupich e Joseph Tobin — hanno trovato infatti un’eco diretta nell’opinione pubblica americana. La decisione di tagliare i fondi a Catholic Charities a Miami si colloca dunque all’incrocio di una strategia già avviata di riduzione del sistema migratorio federale e dello scontro politico e simbolico di Washington con una Chiesa che, proprio su quel terreno, continua a rappresentare una voce autonoma e spesso critica.

L'arcivescovo di Miami: «Decisione contro ogni logica»

Thomas Wenski è arcivescovo di Miami dal 2010, ma la sua storia a fianco di immigrati e rifugiati risale a decenni prima. È stato tra i protagonisti del lavoro pastorale e assistenziale che ha fatto della diocesi della Florida uno dei punti di riferimento nazionali per l’accoglienza dei minori non accompagnati. Oggi si trova a dover annunciare la chiusura di questo programma e ne parla con amarezza.
Arcivescovo Wenski, come spiega questa decisione?
Onestamente, fatichiamo a spiegarcela, perché il Children’s Village ha una reputazione che parla da sola. Dal 1960, quando monsignor Walsh aiutò a reinsediare quattordicimila bambini cubani, l’arcidiocesi di Miami ha lavorato al fianco dell’ufficio per l’inserimento dei rifugiati per offrire riparo, cure e servizi a centinaia di migliaia di minori. Molti sono diventati senatori, amministratori delegati, medici, vescovi che hanno fatto molto per il loro nuovo Paese. È un programma che il governo federale stesso ha riconosciuto come un modello di eccellenza. E ora viene semplicemente cancellato. È incredibile.
L'arcivescovo di Miami Thomas Wenski
L'arcivescovo di Miami Thomas Wenski
Il governo lo giustifica con la riduzione degli arrivi al confine. È sufficiente?
Capisco che quando i numeri cambiano, i programmi vengano ridimensionati. Ma qui si tratta di eliminare del tutto un’istituzione che ha costruito una competenza e una rete di relazioni che non si improvvisano. Strutture come la nostra sono pronte a operare quando arriverà la prossima ondata, e la storia ci insegna che prima o poi arriva sempre. Buttarle va contro la logica stessa dell’interesse nazionale.
Qualche giorno fa il presidente Trump ha lanciato un attacco pubblico contro il Papa. Vede un collegamento?
Non ho accesso alle motivazioni interne dell’Amministrazione, e sarebbe disonesto da parte mia affermarlo. Quello che posso dire è che il confronto tra un’autorità secolare e il Papa non è una novità nella storia, a partire dal cammino penitenziale fino a Canossa dell’imperatore Enrico IV. Quando Giovanni Paolo II si oppose con forza alla guerra in Iraq, il presidente Bush non era d’accordo con lui, ma non si mise a polemizzare pubblicamente. Capiva che il Papa stava esercitando il ruolo che appartiene alla sua missione. Quanto alle critiche di Leone XIV, ha usato le parole di un pastore che si preoccupa per le vittime della guerra. Che qualcuno sia d'accordo o no, è il compito del Papa parlare così. E non si diventa Papa senza aver sviluppato una notevole capacità di reggere le pressioni esterne. Leone XIV continuerà a testimoniare il Vangelo. Di questo sono sicuro.
Il presidente Trump ha condiviso un’immagine che lo raffigurava come una figura simile a Gesù. Come ha reagito?
Ho visto quell’immagine, e capisco perché abbia provocato reazioni negative tra i cristiani. Trump ha spiegato che si trattava di lui nei panni di un medico. Può darsi. Ma il problema è che certe immagini hanno un peso simbolico che va al di là delle intenzioni di chi le condivide. E quando quei simboli appartengono alla fede di milioni di persone, occorre una certa sensibilità. Detto questo, non credo che Trump avesse l’intenzione di offendere i cristiani. La mia lettura è che semplicemente non abbia una formazione teologica che gli permetta di cogliere le complessità del sentimento e del simbolismo religioso.

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