Così Ratzinger aiuta gli altri a scoprire la bellezza di Dio
di Bruno Forte
Ieri la Messa di suffragio presieduta in Vaticano dal cardinale Kurt Koch a 99 anni dalla nascita di Benedetto XVI. Il ricordo sul papa teologo dell'arcivescovo Bruno Forte

Proprio ieri, nel giorno dell'anniversario della nascita di Benedetto XVI, avvenuta il 16 aprile 1927, il cardinale Kurt Koch prefetto del Dicastero per l'Unità dei Cristiani ha presieduto una Messa nella Basilica di San Pietro per ricordare il Pontefice che ha guidato la Chiesa Cattolica dal 2005 al 2013. La vita stessa di Benedetto XVI (1927-2022), ha sottolineato il prefetto vaticano, è stata essa stessa un esempio di speranza della quale, ha concluso, va ringraziato Dio per il dono di questo «grande testimone della fede e illustre maestro della fede sulla Cattedra di Pietro». Di seguito il ricordo dell'arcivescovo di Chieti-Vasto Bruno Forte su Benedetto XVI a 99 anni dalla sua nascita. Monsignor Forte ebbe tra l'altro il privilegio di essere ordinato vescovo nella Cattedrale di Napoli l'8 settembre 2004 dall'allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Joseph Ratzinger.
Il 16 aprile 1927, Sabato Santo, nel piccolo centro di Marktl am Inn in Baviera nasceva Joseph Ratzinger, il futuro sacerdote di Cristo e pensatore della fede, divenuto Papa col nome di Benedetto XVI. Tanto è stato scritto su di lui, sulla sua vastissima produzione teologica, sul suo magistero e sull’impatto che esso ha avuto nella Chiesa e nel mondo intero. Quello che in questa breve riflessione mi propongo è di rendere una semplice testimonianza su come la sua persona e la sua opera abbiano inciso su tanti, ed in particolare su di me, attraverso la produzione teologica, la testimonianza sacerdotale ed episcopale e il suo servizio di Successore di Pietro. Nella lunga conoscenza che ho avuto di Joseph Ratzinger si inserisce come specialissimo dono l’essere stato consacrato vescovo da lui l’8 settembre 2004, per volontà di Giovanni Paolo II, che mi aveva chiamato all’episcopato e – non potendo ordinarmi di persona a motivo delle sue condizioni di salute – aveva suggerito il cardinale Ratzinger quale consacrante principale della mia ordinazione episcopale, dal momento che avevo collaborato intensamente con lui nella Commissione teologica internazionale. Dei tanti aspetti che potrei ricordare, vorrei richiamare tre caratteristiche, che mi hanno sempre colpito: la profondità , lo stile e la grande umanità . La profondità si riconosceva in Ratzinger a molteplici livelli: anzitutto sul piano della conoscenza per la vastità smisurata del suo sapere, quale emerge con evidenza assoluta dai suoi scritti e dalle sue parole. Singolare conoscitore della Sacra Scrittura, lo era non di meno del mondo dei Padri della Chiesa, in modo particolare di sant’Agostino, cui aveva dedicato studi di fondamentale valore, e della storia della riflessione critica della fede (basti pensare alla sua valorizzazione del pensiero di san Bonaventura, all’attenzione prestata alla Scuola di Tubinga del XIX secolo o alla frequentazione dei maestri dell’eredità teologica di Monaco di Baviera, quali Sailer, Görres, Bardenhewer, Grabmann e Schmaus). La profondità emergeva poi dal suo procedere argomentativo: la fluidità e la chiarezza del dettato erano in lui l’espressione di un lavoro di cesello, che lo portava a discernere e coordinare i vari livelli della riflessione e ad esporre i risultati della sua indagine in maniera tanto limpida, quanto fondata, per aiutare gli altri a fare esperienza della bellezza di Dio. È lo stesso Ratzinger ad affermare di aver voluto porre totalmente sé stesso «al servizio della Parola di Dio che cerca e si procura ascolti tra le mille parole degli uomini» (così scriveva di sé nella Prefazione al volume di Aidan Nichols, Joseph Ratzinger , Milano 1996). Chi cerca e si procura ascolti non ha nulla del presuntuoso possessore della verità: Ratzinger poneva e accoglieva domande vere e non offriva mai risposte che non fossero rigorosamente argomentate. In questo servizio alla verità, il suo sapere è stato sia una “fede in ricerca dell’intelletto” (fides quaerens intellectum), che un’“intelligenza dell’amore” (intellectus caritatis), carità portata al pensiero e alla parola: ecco perché il vero idolo negativo sul piano teoretico, come sul piano morale, era per lui il relativismo, la posizione che, affermando il pluralismo delle verità, esclude l’idea della verità da servire e da amare, sostituendola con l’unica certezza che tutto sia relativo. La visione che Ratzinger ha della ragione e della fede è tutt’altro che ingenua: vi sono patologie della religione, come quelle che animano i fanatismi e i fondamentalismi di ogni genere, e vi sono patologie della ragione, come quelle che hanno portato alla violenza dei totalitarismi e all’uso di terribili armi di distruzione e di morte. Lungi dall’essere sacrificio dell’intelligenza la fede ne è straordinario stimolo e alimento, e la ragione, esercitata fino in fondo, non può non aprirsi allo stupore davanti al mistero, dove abita l’Altro, che chi crede riconosce come il Dio sovrano, trascendente eppur vicino nel Suo venire a noi. Accanto alla profondità, mi ha sempre colpito in Joseph Ratzinger lo stile , il modo di porsi e i mezzi espressivi che costituivano l’impronta peculiare del suo agire. Il primo tratto che evidenzierei era la sua attitudine all’ascolto: ricco di conoscenze ed esperienze, Ratzinger non si imponeva mai, metteva anzi il suo interlocutore a proprio agio, ne sollecitava la parola e l’espressione sincera del pensiero, per quanto potesse essere diverso o distante dal suo. Quest’attitudine di rispetto, aperta a voler apprendere dall’altro, esprimeva una mente in continua ricerca, animata dal desiderio di un approccio sempre più pieno alla Verità. Questo stile si alimentava alla sua grande umanità , il cui primo tratto era l’umiltà: il segreto dell’immenso sapere di quest’uomo stava nell’atteggiamento di sincero ascolto, con cui si poneva di fronte a ogni possibile fonte di sapienza e di luce. Proprio per questo l’umanità di Ratzinger era inseparabile dalla sua vivissima fede: egli viveva costantemente alla presenza del Signore, cui aveva consacrato il cuore e la vita, da vero innamorato del Dio altissimo. Da Papa lo aveva ribadito: «La fede è un atto con cui mi affido liberamente a un Dio che è Padre e mi ama; è adesione a un Tu che mi dona speranza e fiducia… Avere fede è incontrare questo Tu, Dio, che mi sostiene e mi accorda la promessa di un amore indistruttibile» (Udienza del 24 ottobre 2012). Un tale amore portava Ratzinger ad accogliere e integrare ogni persona secondo il disegno di Dio. Mi piace delineare questo tratto attraverso una metafora musicale: avendo avuto il privilegio di ascoltarlo suonare al pianoforte, ho avuto sempre l’impressione che per lui ogni essere umano fosse una nota unica e meravigliosa dell’armonia divina. Perciò nessuno andava considerato di minore rilievo: «Quando noi lasciamo spazio all’amore di Dio, siamo resi simili a Lui, partecipi della sua stessa carità. Aprirci al suo amore significa lasciare che Egli viva in noi e ci porti ad amare con Lui, in Lui e come Lui; solo allora la nostra fede diventa veramente operosa per mezzo della carità ed Egli prende dimora in noi... Con la fede si entra nell’amicizia con il Signore; con la carità si vive e si coltiva questa amicizia» ( Messaggio per la Quaresima 2012, 2). Il grande pensatore della fede era inseparabilmente il testimone e l’apostolo della carità, sollecita e rispettosa verso tutti e su cui tutto si gioca nel tempo e per l’eternità.

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