Migrazioni e cisri politica: la vera sfida è restare umani

Dietro ai flussi contemporanei si manifestano molte delle grandi contraddizioni del nostro tempo. Prigionieri del breve periodo, i politici rincorrono le emergenze anziché governarle. La costruzione di società capaci di valorizzare le differenze senza rinunciare alla coesione sociale resta un obiettivo ancora da raggiungere
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June 7, 2026
Migrazioni e cisri politica: la vera sfida è restare umani
Migranti sbarcati al porto di Palermo /Foto Siciliani
Ovunque nel mondo la questione migratoria è uno dei nodi sociali e politici più scottanti. Dall’Europa agli Stati Uniti, dall’America Latina all’Africa, dall’Asia al Medio Oriente, questo tema attraversa le società contemporanee e ne mette alla prova capacità di governo e logiche di convivenza. Eppure, nonostante la centralità del fenomeno, continuiamo a parlarne in modo superficiale. Da una parte si alimenta l’illusione che esistano soluzioni semplici a problemi complessi. Dall’altra si preferisce rifugiarsi in affermazioni di principio che non si confrontano con le difficoltà concrete della convivenza. La verità è che il processo di integrazione rimane difficile. La costruzione di società multiculturali capaci di valorizzare le differenze senza rinunciare alla coesione sociale è un obiettivo ancora da raggiungere. Le esperienze positive di integrazione, le storie di successo, i percorsi di inclusione e partecipazione non mancano. Ma non possono nemmeno essere negate tensioni, paure, segregazioni territoriali, conflitti culturali.
In politica, la questione migratoria è strumentalizzata come una potente leva di mobilitazione emotiva e costruzione del consenso. Le paure, le insicurezze e le fragilità sociali vengono concentrate sulla figura del migrante, che diventa il simbolo di tutto ciò che non funziona. Ma il prezzo è alto. Perché quando l’altro diventa il capro espiatorio delle nostre difficoltà, la società si abitua a pensare che l’esclusione sia una soluzione e che l’ostilità possa sostituire la comprensione. Le immagini di uomini, donne e bambini che attraversano deserti, affrontano il mare, vivono nei campi profughi o muoiono lungo le rotte migratorie sono diventate parte del nostro paesaggio quotidiano.
Le vediamo scorrere sugli schermi dei nostri telefoni e dei nostri televisori senza che riescano più a interpellarci davvero. L’eccesso di esposizione produce assuefazione. Ci siamo abituati alla sofferenza degli altri. Accettiamo che ai confini delle nostre democrazie esistano campi di detenzione dove la violenza e la crudeltà sono di casa. Perdiamo il conto dei morti in mare e non reagiamo più allo sfruttamento – che in taluni casi arriva fino a forme di neoschiavismo – che si riproduce nelle nostre comunità. Ci convinciamo che quelle vite non abbiano nulla a che fare con la nostra. Perdendo la capacità di riconoscere che dietro ogni numero esiste una persona, una storia, una famiglia, un destino apriamo la strada a una società disumana. La verità è che, dietro ai movimenti migratori contemporanei, si manifestano molte delle grandi contraddizioni del nostro tempo: squilibri economici, guerre, regimi autoritari, persecuzioni religiose ed etniche, dissesti ambientali. Ma è troppo doloroso e impegnativo ammettere questa connessione.
Di fronte a tutto questo, è impressionante constatare quanto sia difficile arrivare a costruire politiche lungimiranti. Prigionieri del breve periodo, i politici promettono di risolvere il problema, sapendo perfettamente di non avere soluzioni. Che richiederebbero cooperazione internazionale, investimenti nei Paesi di origine, canali regolari di ingresso, politiche di integrazione, percorsi educativi e una gestione coordinata tra diversi livelli istituzionali. Tutte azioni che richiedono tempo, pazienza e visione strategica. Caratteri che mal si conciliano con lo stile della politica contemporanea. Il risultato è quello che vediamo: si procede con provvedimenti emergenziali, misure tampone, interventi inefficaci ma ad alto impatto comunicativo. Si rincorrono le crisi anziché governarle. Si annunciano svolte decisive che producono effetti limitati. Ma, in questo modo, la sfiducia cresce. Le paure aumentano. La domanda di soluzioni semplici si rafforza. Il tradimento dei nostri valori si aggrava. In un circolo vizioso che non fa bene alla democrazia.
In realtà, la questione migratoria ci obbliga a riconoscere una questione più generale. Per decenni abbiamo creduto che la crescita economica fosse essenzialmente un problema tecnico: investimenti, produttività, innovazione, infrastrutture. Tutti elementi importanti e necessari. Ma, come dimostra proprio la cronicizzazione del tema migratorio, nessuna società può prosperare ignorando la dimensione umana. Non esiste sviluppo senza cura delle persone. Non esiste crescita senza relazioni sociali. Non esiste benessere collettivo se una parte dell’umanità viene considerata irrilevante o sacrificabile. Le migrazioni ci ricordano che il destino degli esseri umani che abitano il pianeta terra è oggi profondamente intrecciato. E ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza produce conseguenze che arrivano fino a noi.
La sfida non è trovare una soluzione definitiva a un fenomeno che ci accompagnerà ancora a lungo. La sfida consiste nel costruire società capaci di governare la complessità senza rinunciare all’umanità. E una cultura in cui capacità politica e sensibilità umana procedono insieme. Sembra un’ovvietà. Eppure, proprio la questione migratoria dimostra quanto sia difficile tradurre questa consapevolezza in scelte concrete. Forse perché, prima ancora di essere una questione di confini, le migrazioni hanno a che fare con il modo in cui guardiamo l’altro e, in definitiva, con il modo in cui comprendiamo noi stessi.

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