Tre lavoratori della Volkswagen do Brasil erano schiavi: lo dice una sentenza

La filiale brasiliana del marchio tedesco dell'auto è stata condannata al pagamento di due milioni di reais di risarcimento agli ex dipendenti agricoli finiti in una fazenda, tra violenze e debiti. «C'era un sistema di adescamento che impediva poi ai braccianti di andarsene». L'azienda si era difesa dicendo che erano gli intermediari a reclutare la manodopera
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July 3, 2026
Tre lavoratori della Volkswagen do Brasil erano schiavi: lo dice una sentenza
Per decenni è rimasta sepolta sotto la retorica dello sviluppo dell’Amazzonia: strade, allevamenti, terre da conquistare, capitali stranieri chiamati a “civilizzare” la foresta. Ora quella storia è tornata a galla in un’aula di tribunale: Volkswagen do Brasil, filiale brasiliana del marchio tedesco, è stata condannata al pagamento di due milioni di reais di risarcimento a tre ex lavoratori agricoli reclutati nel Pará con la promessa di un salario e finiti invece, secondo la sentenza, in un sistema di debiti, coercizione e violenza nella Fazenda Vale do Rio Cristalino, la grande proprietà rurale della casa automobilistica tedesca a Santana do Araguaia, nel sud dello Stato amazzonico.
Nella sentenza si afferma che tra il 1974 e il 1986 i lavoratori furono sottoposti a «condizioni assimilabili alla schiavitù». La difesa della Volkswagen aveva sostenuto che i fatti fossero prescritti e che le assunzioni fossero state esternalizzate ai cosiddetti gatos, gli intermediari che reclutavano la manodopera. Il tribunale ha però respinto entrambe le tesi, sostenendo che il caso riguarda violazioni dei diritti umani imprescrittibili e che l’azienda non può sottrarsi alla responsabilità per le condizioni in cui quel lavoro veniva svolto. Non è la prima volta che il nome di Volkswagen compare in un procedimento legato alla fazenda amazzonica. Lo scorso febbraio è stata confermata in appello la condanna da 165 milioni di reais inflitta alla casa automobilistica per danno morale collettivo, riconoscendo la responsabilità dell’azienda per un sistema di lavoro schiavistico praticato nella stessa proprietà tra gli anni Settanta e Ottanta. È quella la più grande condanna per lavoro forzato contemporaneo nella storia del Brasile. «Ho creato un’azienda agricola modello. Abbiamo portato la civiltà e la possibilità di una vita dignitosa agli abitanti di quella regione».
Così Wolfgang Sauer, allora presidente della Volkswagen do Brasil, descriveva la Companhia Vale do Rio Cristalino nella sua autobiografia pubblicata nel 2012. I documenti processuali e le testimonianze dei sopravvissuti raccontano però un’altra storia. Secondo gli atti, nella fazenda operava un sistema fondato su «adescamento, schiavitù per debiti, coercizione e sorveglianza armata per impedire ai braccianti agricoli di andarsene». La fazenda – 139mila ettari nel sud del Pará – era uno dei simboli dell’espansione economica nell’Amazzonia incoraggiata dalla dittatura militare brasiliana. In quegli anni il disboscamento, l’allevamento e lo sfruttamento del legname venivano presentati come frontiera del progresso e come tassello della conquista produttiva della foresta. Dietro quel progetto, però, si reggeva anche un sistema di reclutamento fondato sull’inganno. Lavoratori stagionali e informali venivano attirati con la promessa di una buona paga e di una vita migliore; una volta arrivati nella proprietà, si ritrovavano isolati geograficamente, indebitati, sorvegliati da uomini armati, esposti alla malaria e costretti a lavorare senza una possibilità reale di lasciare il ranch. Il loro compito era abbattere la foresta per aprire pascoli e infrastrutture a sostegno dell’allevamento.
A rendere possibile il procedimento è stato soprattutto il lavoro di ricostruzione di padre Ricardo Rezende, sacerdote cattolico che per quasi quarant’anni ha raccolto testimonianze, atti giudiziari, verbali di polizia e rapporti parlamentari sulla schiavitù contemporanea nella regione. Il dossier messo insieme negli anni identificava decine di presunte vittime e restituiva un quadro di sfruttamento sistematico. Dossier tutt’altro che archiviato: alla Fazenda Volkswagen si sono sostituiti altri nomi, altri luoghi, altre vittime. Solo nel 2025 il governo federale ha salvato 2.772 persone da situazioni lavorative assimilabili alla schiavitù, in aumento del 26,8% rispetto 2024.

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