Sul volo (mezzo vuoto) per Beirut, mentre la guerra arriva dal cielo

di Lucia Capuzzi, inviata a Beirut (Libano)
Da Amman alla capitale del Libano. Nel mezzo del conflitto c'è chi non rinuncia a viaggiare: operatori umanitari, giornalisti e persone che raggiungono i familiari per condividerne la sorte
March 13, 2026
Sul volo (mezzo vuoto) per Beirut, mentre la guerra arriva dal cielo
Le tende degli sfollati a Beirut, 13 marzo 2026. / REUTERS/Khalil Ashawi
Il via vai all’aeroporto di Amman è regolare. A meno di non presentarsi al check-in del volo – uno dei pochi non cancellati a ripetizione – in partenza per Beirut. Sono le hostess allo sportello ad attendere, non il contrario, mentre i passeggeri si presentano con il contagocce. L’aereo sembrerebbe vuoto eppure, oltrepassati i controlli, all’imbarco, incredibilmente, qualche decina di viaggiatori c’è. Se ne contano almeno una quarantina oltre gli scontati sei giornalisti – dichiarati - e due operatori umanitari: un quarto della capienza del velivolo. Safia, il nome è di fantasia, è sospettosa di fronte alle domande. «Sono nata e cresciuta a Beirut ma vivo all’estero da tempo. Torno per stare vicino alla mia famiglia. Se ci ammazzano, almeno siamo insieme. Paura? Accadrà quel che deve accadere», afferma secca, mentre il fratello e la cognata, che la accompagnano, annuiscono. Il quarantenne seduto due file più in là ha guidato per quindici ore da Baghdad, dove lavora per una compagnia di distribuzione, per raggiungere lo scalo. «In Iraq non ce ne sono di operativi. Ma non potevo più stare lontano da mia moglie e dai miei due figli», dice. Un’anziana con il velo e un giovane, davanti, scorrono fra le dita la “mashaba”, un filo con in genere trentatré grani, simile al rosario, con cui i musulmani si aiutano nell’invocazione dei novantanove nomi di Dio. «Solo Lui può proteggerci. Certo che sono preoccupato. Ma tanto lo ero comunque anche lontano da casa. Meglio essere preoccupato insieme ai miei», sussurra il ragazzo che ha deciso di restare in patria fino a quando la situazione non tornerà alla normalità. «L’abbiamo mai avuta? La guerra in corso non è la prima e non sarà l’ultima. Sono cresciuto fra un conflitto e l’altro. Alla fine, ci si abitua». «Il fatto è che noi libanesi abbiamo una differente percezione del pericolo: ogni giorno è una roulette russa», dice l’insegnante cinquantenne mentre dal finestrino, spunta Beirut con la sua sagoma irregolare protesa sul lungo mare.
Man mano che si scende, l’azzurro del cielo si mescola al grigio delle colonne di fumo provenienti da Dahiyeh. La roccaforte di Hezbollah, nel sud della capitale, dove Israele concentra gli attacchi, è sul lato destro di Airport road, come confermano le gigantografie di Hassan Nasrallah, il capo ucciso sempre da Tel Aviv nel 2024. I raid continui hanno svuotato il sobborgo: il suo mezzo milione di abitanti s’è ammassato dove può. I ricchi negli hotel, i più fortunati da parenti o amici, il resto in auto parcheggiate a casaccio, fra le rovine degli edifici devastata dal conflitto civile e lasciati a mo’ di testimonianza, nelle scuole, nelle piazze, ovunque ci sia qualche metro quadro per piazzare una tenda da campeggio o un telo di plastica.
Gli sfollati in tutto il Paese sono ormai 800mila, in gran parte tra la capitale e le montagne intorno. Beirut nord, però, sembra sforzarsi di non vederli per proseguire nella sua ostinata normalità di ristoranti e bar aperti. Un po’ come accade con il ronzio costante dei droni e l’odore acre di fumo nell’aria: dopo un po’, si smette di sentirli. «Vale anche per le esplosioni», scherza, ma non troppo, Ali mentre, come tutti i libanesi, controlla ossessivamente il profilo X di Ella Waweia, la nuova portavoce dell’esercito israeliano, in cui vengono comunicati gli ordini di sgombero prima del raid. Il prossimo obiettivo dista meno di tre chilometri. Non è più solo Dahiyeh. Nelle ultime 48 ore, il centro è stato colpito almeno due volte. L’intensità cresce e i tempi sembrano allungarsi ben oltre la fine dell’attacco all’Iran. L’offensiva di terra appare un’opzione concreta. Nel mentre, la roulette russa continua.    

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