Sorpresa: la Cina torna a comprare gas e petrolio dagli Usa

È uno dei tanti paradossi della guerra in Iran. Un rimescolamento geopolitico "spinto" dalla interruzione delle forniture energetiche
April 3, 2026
La nave mercantile battente bandiera indiana Jag Vasant arriva al porto di Mumbai, in India, dopo aver attraverso lo Stretto di Hormuz
La nave mercantile battente bandiera indiana Jag Vasant arriva al porto di Mumbai, in India, dopo aver attraverso lo Stretto di Hormuz/ ANSA
C’è un effetto paradossale nella guerra in Iran che sta trascinando il mondo in una nuova “era” segnata dalla sete energetica. La Cina è pronta a (ri)acquistare su larga scala gas naturale liquefatto e petrolio dagli Stati Uniti. Un sommovimento che rimescola, ancora una volta, i rapporti tra la prima potenza militare al mondo e il gigante asiatico, in linea con l’effetto “esplosivo” provocato dal rallentamento dei flussi di combustibili e dalla strategia di Teheran di “esternalizzare”, a livello globale, i costi economici dell’aggressione subita.
La mossa di Pechino è, innanzitutto, un cambio di passo. Perché gli scambi energetici con gli Usa erano stati interrotti all’inizio del 2025, quando furoreggiava la (altalenante) “guerra” dei dazi, anche questa voluta dalla Casa Bianca. Secondo il sito di analisi Nikkei Asia, i dati di tracciamento delle petroliere indicano che, nel mese di aprile, la Cina acquisterà circa 600.000 barili al giorno di greggio a stelle e strisce. Una scelta obbligata? Un azzardo da parte di Pechino? C’è uno “scoglio” che sembra inaggirabile. È l’intera Asia a soffrire – e pesantemente – della contrazione dei flussi energetici, a causa della dipendenza dal greggio del Golfo: il Continente importa almeno il 60% del suo petrolio dal Medio Oriente. Quella che oggi emerge è una vera e propria geografia della “vulnerabilità” energetica che ha spinto molti Paese asiatici a chiedere ai propri cittadini azioni e comportamenti finalizzate al risparmio energetico. Insomma è il ritorno prepotente dell'austerity. In Laos oltre il 40% delle stazioni di servizio ha chiuso, Cambogia e Thailandia hanno scelto il razionamento, in Vietnam i voli sono stati decimanti. Pakistan e Bangladesh fronteggiano la spirale dell'aumento dei prezzi. In difficoltà anche Giappone e Corea del Sud, nonostante le riserve. Seul, la quarta economia asiatica, ha introdotto per la prima volta dal 1997 un tetto massimo ai prezzi dei carburanti in risposta alla carenza energetica. L'India, quarto importatore mondiale di Gnl, acquista circa due terzi del suo fabbisogno da Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman.
Si presenta, qui, il secondo paradosso. La Cina, come ha sottolineato la Reuters“è uno dei Paesi meglio posizionati per affrontare la chiusura delle vie navigabili”. Perché il Paese si è attrezzato a gestire il cambiamento verso altre forme di energia. Un esempio su tutti. Alla fine del 2020, Pechino ha fissato l'obiettivo di raggiungere il 20% delle nuove immatricolazioni di veicoli elettrici entro il 2025. Lo scorso anno, le vendite hanno raggiunto la metà di tutti i nuovi veicoli. Il risultato? “Il Centro per la Ricerca sull'Energia e l'Aria Pulita stima che nel 2025 siano state sostituite quasi 80 milioni di tonnellate di petrolio, mentre l'Agenzia Internazionale dell'Energia ha stimato una sostituzione inferiore a 40 milioni di tonnellate nel 2024”, ha riportato ancora la Reuters
Non solo. La Cina possiede riserve strategiche di petrolio stimate tra i 400 e i 500 milioni di barili. Oltre a queste, dispone di scorte commerciali pari a circa 600-900 milioni di barili. Considerando il consumo di circa 15-16 milioni di barili di petrolio al giorno, si stima che le riserve cinesi possano coprire 80-90 giorni di importazioni.
Perché allora la leadership cinese è tornata a bussare alle porte del suo principale rivale geopolitico? Secondo il sito di analisi Asia Times, Pechino “ricalibrando la propria strategia energetica, disporrà di sufficienti forniture di carburante per riprendere le esportazioni di benzina verso i Paesi asiatici, il che le consentirà di mantenere la propria quota di mercato e di accrescere la propria influenza politica nella regione in un contesto di crescente scarsità di carburante. L'11 marzo, la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma ha ordinato la sospensione delle esportazioni di benzina, gasolio e carburante per aviazione”.

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