Malaz e le altre ragazze provano a ricucire la pace nel Sudan devastato dalla guerra
La Bitagdary social organization, rete di donne sostenuta da Cesvi, non si arrende alle atrocità della guerra. In campo workshop, atelier di cucito e progetti solidali con i profughi. «Continuiamo a lavorare per il progresso sociale»

Nel Sudan smembrato, e incastrato da oltre tre anni in un conflitto diventato guerra regionale per procura, segnali di resilienza arrivano dall’associazionismo femminile. Giovani donne, soggette esse stesse a difficoltà indicibili in un Paese occupato per metà dai miliziani delle Forze di supporto rapido (Rsf) – sostenute dagli Emirati arabi e in lotta con i governativi spalleggiati dall’Arabi a Saudita –, si riorganizzano e riprogrammano. Nonostante le città distrutte e i progetti di auto-aiuto demoliti. Sfollate esse stesse, in un Paese che ha 14 milioni di persone costrette a lasciare le loro case. La povertà divora i civili superstiti, il sovraffollamento rende scarse le risorse, e l’acqua in particolare. Eppure queste giovani donne continuano a fare quello che facevano prima della guerra. Ossia, incidere sul cambiamento delle comunità, dando spazio e libertà alle altre donne. Dopo aver cambiato sede tre volte sono arrivate a Port Sudan, sul Mar Rosso, la zona più sicura del Paese. «Lavoriamo per la pace. Se siamo femministe? Non lo so, è riduttivo. Lavoriamo per i diritti di tutti», rispondono ad Avvenire. Ci tengono a far sapere che della loro rete fanno parte alcuni giovani uomini molto capaci.
«Abbiamo dovuto ricominciare da zero», ammette Malaz Hamid, 28 anni, medico in formazione. Parla dalla nuova sede della rete, la Bitagdary social organization, a Port Sudan. «A Khartoum abbiamo perso tutto durante l’occupazione – racconta, raggiunta in videochiamata –. Poi siamo state nello Stato del Nilo ma anche lì è arrivata la distruzione. Adesso siamo qui, sul Mar Rosso». Finanziate da un insieme di donatori, sostenute da Onlus come il Cesvi, queste ragazze non le ferma nessuno: né l’esercito né tanto meno i paramilitari del generale Mohammed Dagalo. In questa fase del conflitto le Rsf si sono spostate nell’area centrale, concentrate sul Darfur occidentale. Dove tengono sotto scacco il Kordofan, con El Fula conquistata e El Obeid accerchiata. «Il nostro obiettivo – spiega Malaz – è continuare a lavorare per il progresso sociale, per far crescere la consapevolezza nelle comunità più povere. Ad esempio, portando informazione là dove ancora si praticano le mutilazioni genitali femminili». Segue i corsi dell’Organizzazione mondiale della sanità dedicati alla salute riproduttiva delle donne. Ma la guerra ha complicato tutto e adesso, oltre agli abitanti “storici”, nella stessa area sono confluiti migliaia di sfollati interni.
Mentre parliamo Malaz ci mostra in video i locali della Bitagdary: le pareti sono colorate di rosa. Poi apre una porta dove è in corso uno degli atelier di cucito. Sposta per pochi secondi la camera del suo cellulare verso la finestra e appare la città, in macerie o quasi. Gli edifici stanno in piedi a stento. «La temperatura supera i 38 gradi. Poca acqua, poco cibo, niente bagni. Manca tutto, però quello che facciamo noi è ricucire, gettare le basi della pace sociale e insegnare tramite i nostri workshop piccole attività generatrici di reddito», racconta. Il loro primo progetto, a sorpresa, si occupava di social media perché «la comunicazione è fondamentale». L’idea è che quando arriverà la pace non troverà la società impreparata a ricostruire: c’è una vita quotidiana ininterrotta nonostante la guerra. Le bombe non hanno fatto tabula rasa del pregresso.
Con il Cesvi queste ragazze realizzano anche un progetto a Sinkat, a tre ore di viaggio da Port Sudan. «Ci troviamo in una zona dove arrivano gli sfollati, non è un punto caldo del conflitto armato ma certamente è una zona cruciale», spiega Domenica Costantini, cooperante del Cesvi che organizza le sue missioni volando regolarmente dall’Italia a Port Sudan. «Siamo nello Stato del Mar Rosso in un villaggio tra le montagne, perché è un’area tranquilla dove la gente si è rifugiata. Lavoriamo nelle cliniche che hanno strutture particolari: ognuna dispone di una parte dedicata ai bambini e alle famiglie che fanno visite e controlli», dice. Gli sfollati vivono in spazi circoscritti, occupano scuole abbandonate dove «stanno molto male ma almeno non rischiano le bombe e hanno un po’ di sicurezza. Chi arriva a Sinkat la guerra non la percepisce, per fortuna. Ma è completamente sradicato. Stiamo cercando di creare spazi di privacy dove fare assistenza psicologica alle famiglie, grazie a psicoterapeute locali che conoscono la lingua. Di loro la gente si fida». La guerra civile ha trasformato il Sudan in un immenso campo di battaglia: le vittime sono stimate fra 70 e 150mila, tra civili e militari. E tuttavia non c’è una sospensione della vita quotidiana: «Questo non significa normalizzare la guerra», dicono le attiviste. Vuol dire resistere.
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