
La mia storia comincia con un messaggio. Quello che ho ricevuto nel febbraio del 2024 su WhatsApp da una giornalista italiana. Allora vivevo in Pakistan come rifugiata: avevo lasciato l’Afghanistan dopo il ritorno al potere dei taleban e, sebbene il Paese avesse offerto a me e alla mia famiglia un’accoglienza temporanea, Islamabad non era un luogo in cui riuscissi a immaginare il mio futuro. La vita da rifugiati è spesso una vita sospesa: il tempo passa, ma il futuro resta incerto. La giornalista che mi scrisse lavorava per Avvenire e mi parlò di un progetto chiamato “Donne per la pace”. Avevano visto alcuni dei miei lavori grafici online e mi chiesero se fossi interessata a creare l’identità visiva dell’iniziativa. Erano poche righe, ma arrivarono in un momento in cui avevo bisogno di ricordare che il mio lavoro aveva ancora un valore.

Dipingo da molti anni. L’arte è stata per me, fin da bambina, un modo per custodire emozioni difficili da esprimere a parole. In Afghanistan amavo i colori e la creatività, ma non sempre avevo le stesse possibilità offerte ai ragazzi. Ho imparato molto da sola. Col tempo la pittura è diventata qualcosa di più di una passione: una forma di espressione, soprattutto quando parlare apertamente non era sempre possibile o sicuro. Dopo quel primo contatto iniziai a lavorare ad alcune proposte. Inviai in Italia diversi bozzetti e discutemmo insieme alle giornaliste e ai grafici di Avvenire simboli, colori e significati. Fin dall’inizio fu uno scambio attento e umano, che mi lasciò anche la libertà di sperimentare. Uno dei progetti divenne il logo ufficiale dell’iniziativa. Da una mia tavola nacque anche l’immagine di una donna attraversata da colombe e rose rosse. L’azzurro evocava per me la libertà; le rose una femminilità forte e resiliente. Quell’illustrazione divenne la copertina del giornale per l’8 marzo e fu poi donata a papa Francesco all’Arena di Pace di Verona. Per me non fu soltanto un riconoscimento professionale. Per molti potrebbe sembrare un dettaglio. In realtà, quando si vive da rifugiati, il riconoscimento assume un significato diverso. Non riguarda soltanto il lavoro svolto o il risultato raggiunto. Riguarda l’essere visti. Negli anni successivi alla fuga dall’Afghanistan ho conosciuto bene la sensazione di diventare invisibile. Le persone continuano a vederti, naturalmente, ma spesso vedono prima la parola “rifugiata” e solo dopo la persona. Le tue competenze, i tuoi studi, i tuoi progetti e persino la tua storia finiscono per passare in secondo piano. Per la prima volta dopo molto tempo qualcuno non mi chiedeva soltanto cosa avessi perso lasciando il mio Paese, ma anche cosa fossi ancora in grado di costruire. È una differenza sottile, ma fondamentale: chi vive una situazione di vulnerabilità ha certamente bisogno di aiuto, ma ha anche bisogno che qualcuno continui a riconoscerne il talento, le capacità e le aspirazioni. E credo che questo sia uno degli aspetti più importanti della solidarietà: non limitarsi a proteggere una persona nel momento della difficoltà, ma aiutarla a immaginare di nuovo il proprio futuro. Quel progetto mi ricordò che la mia storia non era finita con la fuga dall’Afghanistan. Poteva continuare in forme nuove e forse persino inaspettate.

Fu anche allora che iniziai a riflettere con maggiore convinzione sul ruolo dell’arte nelle situazioni di crisi. Spesso viene considerata qualcosa di secondario rispetto ai bisogni più urgenti. Eppure, quando una persona perde la propria casa, la propria sicurezza o la possibilità di scegliere liberamente il proprio destino, perde anche una parte della propria voce. L’arte può contribuire a restituirla. Non elimina il dolore, ma permette di raccontarlo. Non risolve i problemi, ma aiuta a immaginare possibilità diverse. Già prima di entrare in contatto con Avvenire avevo avviato corsi online di arteterapia per ragazze afghane. Li avevo creati nel gennaio 2023, osservando quanto la paura, l’isolamento e la perdita di prospettive stessero segnando la vita di molte giovani nel mio Paese. Dopo il ritorno dei taleban al potere, milioni di ragazze si sono viste negare l’accesso alla scuola, all’università, al lavoro e a una normale vita sociale. Sapevo che un corso online non avrebbe risolto i problemi dell’Afghanistan, ma poteva offrire uno spazio di espressione e incontro. Le ragazze dipingevano, condividevano i loro lavori, parlavano delle proprie emozioni e si sostenevano a vicenda. Alcune mi raccontavano che quelle lezioni erano diventate l’appuntamento più atteso della settimana. Altre scoprivano talenti che non sapevano di possedere.
Quando al giornale vennero a conoscenza di questa esperienza, mi chiesero come aiutare. Riuscimmo a organizzare una nuova edizione dei corsi, fornendo materiali artistici e connessioni internet alle partecipanti. Per molte di loro era il segno concreto di non essere state dimenticate. Con il passare del tempo il progetto si è strutturato sempre di più. Alcune partecipanti delle prime edizioni hanno iniziato ad affiancare le nuove arrivate. Hanno sviluppato competenze educative e sono diventate a loro volta un sostegno per altre ragazze. Oggi oltre duecento ragazze e giovani donne hanno partecipato ai programmi. Ma il numero, da solo, racconta poco. Ciò che conta davvero è la catena silenziosa di effetti che si è generata: una ragazza trova il coraggio di esprimersi e poi aiuta un’altra a sentirsi meno sola.

Nel 2025 la situazione dei rifugiati afghani in Pakistan è diventata ancora più incerta. La minaccia di deportazioni si è fatta concreta e molte famiglie hanno vissuto mesi di forte paura. Anch’io temevo di essere rimpatriata in Afghanistan, dove il mio lavoro pubblico e le mie idee mi avrebbero esposta a seri rischi. A ottobre invece sono arrivata in Canada. Da questa nuova fase della mia vita è nato Soul Women, un progetto che usa l’arte per sostenere le donne afghane e raccontarne la realtà senza ridurle al ruolo di vittime. Le perdite subite sono immense, ma esistono anche intelligenza, creatività, coraggio e una straordinaria capacità di costruire futuro. I cambiamenti, spesso, nascono così: da una mano tesa, da qualcuno che risponde e da una fiducia che, poco alla volta, diventa azione.
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