A Ochakiv, l'avamposto ucraino sul Mar Nero che non vuole arrendersi ai russi

di Lucia Capuzzi, inviata a Ochakiv
Da quattro anni i soldati di Mosca sono a tre chilometri dall’ex località balneare affacciata sulla Crimea. Ora è ancora più strategica. «Tutti sono andati via, restano solo gli anziani»
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June 25, 2026
Un uomo è in piedi al centro di una strada. Sullo sfondo un silos semi distrutto. Altri due uomini appaiono a destra nella scena
Il grande silos di cereali di Ochakiv è stato distrutto, come altre trenta strutture della città / ©Capuzzi
Il rosso dello scivolo sfugge a malapena all’abbraccio vegetale, rivendicando immobile la propria presenza. L’altalena, invece, è scomparsa tra l’erba alta e le chiome selvagge degli alberi. La stradina di pietra che conduce alla porta di legno della chiesa dalle cupole bianche è appena un accenno. Come il resto del parco dove nessuno gioca più da quattro anni. Complicato anche solo fermarsi qualche minuto. «Qui è troppo esposto», ripete la scorta militare mentre fissa il punto in cui, ai piedi della collina, il fiume Dnipro si tuffa nel Mar Nero. Dove lo sguardo non abituato vede una distesa d’acqua azzurro intenso e un lembo di terra lussureggiante, il soldato scorge la minaccia russa. L’Armata rossa è lì, mimetizzata fra la boscaglia di Kinburn Spit, a poco più di tre chilometri di distanza. La sua presenza invisibile si percepisce attraverso il fruscio dei droni da ricognizione che sorvolano senza sosta il cielo senza nuvole di Ochakiv, la porta che divide l’ultimo lembo occupato della regione di Mykolaiv dalle coste ucraine. Mosca, da esattamente quattro anni, cerca di sfondarla con attacchi quotidiani per connettere il Kherson conquistato alla Transnistria. Da Kinburn Spit partono proiettili di artiglieria, velivoli senza pilota Shahed e Fpv. I lanciatori dei missili sono piazzati più a sud, in Crimea, lontana in linea retta a meno di 150 chilometri. Kiev è determinata a sbarrare loro il passo. Specie ora: la prossimità alla Penisola al centro dell’attuale offensiva ordinata dal governo di Volodymir Zelensky ha reso la battaglia di Ochakiv ancora più strategica. E intensa. All’inizio del mese erano circolate indiscrezioni di un possibile ripiegamento delle divisioni del Cremlino verso l’area di Kherson, spiazzate dai recenti affondi. Le forze armate ucraine, però, smentiscono e parlano di regolare avvicendamento sul terreno: il conflitto procede.
La parte vecchia di Ochakiv, più vicina al mare ed esposta al fuoco, è deserta: troppo pericoloso camminare per strada
La parte vecchia di Ochakiv, più vicina al mare ed esposta al fuoco, è deserta: troppo pericoloso camminare per strada
Nel frattempo, la rinomata località turistica è ormai un avamposto solitario. Metà dei 16mila abitanti sono fuggiti o sono stati reclutati nell’esercito. A restare soprattutto anziani, qualche donna e pochi bambini costretti, durante l’anno, a fare scuola in un rifugio. Misure di sicurezza di fronte alla pioggia di fuoco, implacabile e costante. Occorre attendere il giorno giusto – e il relativo via libera – per avvicinarsi al check-point all’entrata. Il palazzone grigio del Comune è poco oltre: il piazzale è off limits e gli incontri si tengono al piano interrato. «L’edificio è stato colpito più volte come il 90 per cento delle strutture», racconta il vice-sindaco Aleksey Vaskov, in carica da undici anni. «Alcune in modo lieve. Trenta sono state ridotte così», aggiunge mentre indica il parallelepipedo sbilenco di fronte al Municipio: una volta era una palestra. Nessuno cammina lungo la via Europa che scivola verso il mare. «Finora ventitré civili sono stati uccisi – sottolinea Vaskov, mentre d’istinto schiaccia il piede sull’acceleratore –. Siamo nel mezzo del campo di battaglia». A testimoniarlo sono le finestre dei condomini lungo la carreggiata deserta, con lastre di compensato al posto dei vetri. Molte facciate sono sfregiate dai proiettili. Tante le serrande abbassate. Eppure, da qualche balcone, penzolano ostinati panni stesi. E le aiuole sono stracolme di rose. Spuntano ovunque con i loro petali di velluto rossi, rosa, gialli, bianchi. «In questa stagione, la fioritura e il verde delle piante occulta la devastazione – sottolinea il vice-sindaco –. A volte la vita sembra quasi normale. A volte». Il grande silos del grano è un cumulo di macerie dal settembre 2024. Quattro uomini e una donna, trasportano stoici pesanti lastre di metallo. «I lavori procedono a rilento perché manca la manodopera. Oltre al crollo del turismo, al danneggiamento delle fabbriche, al fatto che la compagnia di navigazione fluviale è inagibile, a paralizzare l’economia è la scarsità di forza lavoro». Il problema si fa ancora più drammatico in queste settimane in cui nel sud dell’Ucraina è cominciata la raccolta del grano. Per far fronte alla penuria di agricoltori, al termine del turno in ufficio, ogni sera, il vice-sindaco guida personalmente il trattore e taglia le spighe dorate, prima che marciscano nei campi. «Vado avanti tre o quattro ore. Fino a quando non cala il buio».
Un mercato lungo le vie di Ochakiv
Un mercato lungo le vie di Ochakiv
Lasciata la via Abadenko alle spalle, si deve imboccare Bildes e raggiungere la cosiddetta parte nuova di Ochakiv per incontrare qualche passante. Seduta sul marciapiede, Oxana fissa la vetrina della sua cartoleria, vuota. «Qualche volta entra un cliente, spesso nessuno. Il fatto è che sono andati via tutti». Anche Tatiana ha poca speranza di vendere i salvagenti, i secchielli e gli altri giocattoli da mare accumulati sugli scaffali della piccola rivendita. Un ricordo delle estati pre-belliche quando il via vai di vacanzieri con prole era continuo. «Di ragazzini in giro ce n’è pochi. Anche io ho mandato i miei figli all’estero. Per me ormai non ho più paura – dice la donna –. All’inizio sì. Ora il tonfo delle bombe fa parte della quotidianità. Non so se è terribile. È così». Qualche tempo fa – raccontano gli abitanti con una punta di ironia –, a Ochariv è venuto un olandese: non ha mai tolto il giubbetto anti-proiettili, nemmeno per dormire. Aveva previsto di restare tre giorni: al secondo era già ripartito. «Perché resto? Questa è casa mia: non ho altro posto dove andare – conclude Tatiana –. Così sto qui, cerco di non pensare, tanto non posso farci niente. Qualche volta, dopo un attacco, mi ripeto: sono ancora qui. Per quanto?».

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