Venezuela, «dialogo nazionale» per un futuro già scritto dagli Usa

Nella base aerea “La Carlota” i colloqui tra governo e opposizione costretti a eseguire una roadmap già tracciata dagli Stati Uniti. E l'assenza di trasparenza accresce lo scetticismo
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August 8, 2026
Un uomo e una donna stanno interloquendo. Sullo sfondo, una bandiera
La leader dell’opposizione Figuera (a sinistra) con il presidente del Parlamento Rodriguez/ Ansa
Era la fortezza dell'aviazione militare bolivariana fino a quando, nella notte del 3 gennaio, i suoi sistemi di difesa antiaerei sono stati neutralizzati dalle Forze Delta Cia, che sono così riuscite a portar via Nicolás Maduro. Sette mesi dopo, la base aerea “La Carlota”, intitolata a Francisco De Miranda – noto anche come il precursore dell’Indipendenza del Paese – ospita i colloqui tra le delegazioni del governo e dell’opposizione che eseguono una roadmap già tracciata dagli Usa tra Madrid e Qatar, ben prima della cattura di Maduro. Washington ha addirittura imposto il termine «transizione politica», negato più volte dall'amministrazione Rodríguez e ora messo nero su bianco in una nota firmata da entrambe le delegazioni. Parlano di «rispetto di tutte le forze politiche» e addirittura di «riconciliazione». La prima fase dei colloqui è iniziata giovedì 6 e si concluderà mercoledì 12 agosto. «Terremo informato il Paese sugli sviluppi dell'iniziativa», dicono le delegazioni. Del resto, la «transizione» non è immediata. E occorre muoversi cautela. Lo sa bene la giornalista Deisy Martínez, che lo stesso giovedì, è stata intercettata da un comando di sei uomini armati e vestiti di nero che rispondevano agli ordini del controspionaggio militare. Le hanno perquisito il telefono, cosa vietata, cancellando le foto scattate dentro la base aerea. «La portiamo in caserma?», chiede via radio uno di loro. «No, lasciatela stare», rispondono dalla centrale.
Ordinaria amministrazione in un Paese che dopo Maduro conta comunque 134 aggressioni contro giornalisti e comunicatori. Il resto della stampa (tra cui Avvenire), prima convocata alla riunione, è stata lasciata fuori dalla base aerea. «Ordini dall'alto. Non posso farci nulla – dice uno degli agenti di nome Tomás –. Se ti lascio qui, quelli che sono più in alto me la fanno pagare». A loro volta, le opposizioni si lavano le mani e parlano di «ordini di Washington»: la Casa Bianca avrebbe imposto ai delegati di «parlare il meno possibile» con la stampa evitando così la «pressione dei media». Così, l'assenza di trasparenza accresce lo scetticismo nel Paese, giunto al nono tentativo di dialogo in 24 anni. Il sentimento generale si riassume nel «preferisco aspettare» di Ginette González, libera professionista, che chiede solo «serietà» alle parti coinvolte. Sullo sfondo c'è il post terremoto del 24 giugno che acuisce i sentimenti di rabbia e impotenza già presenti a causa dell’assenza di servizi essenziali, inflazione e carovita. Lo conferma il recente sondaggio di Meganálisis, dove la voce «indignazione» accomuna l'82% degli intervistati. «Secondo me non ce la raccontano giusta – dice all'improvviso una signora 62enne, rompendo il silenzio –. Le vittime sono molte di più di 6mila (stime ufficiali), stanno sotto gli edifici e il governo nasconde i numeri». Tant'è che per avvicinarsi alla gente i delegati hanno introdotto «l’attenzione alle popolazioni colpite dal sisma» tra i punti del loro dialogo. Temono che mentre loro parlano, chiusi in un capannone militare, María Corina Machado, vincitrice del Premio Nobel, esclusa dai lavori, cavalchi il malessere generale.
«Non siamo stati coinvolti», ha lamentato la leader dissidente, che sostiene le sanzioni contro Caracas: «Sono le conseguenze dei reati del regime. Non confondiamo le vittime con i carnefici». Il discorso giustizialista la rende sempre più popolare mentre gli Stati Uniti provano a tenere a bada proteste e venti di rivolta in una fase assai delicata. «Puntiamo a riaccendere le proteste – dice Carlos Delgado, attivista a lei vicino, radicato in Usa –. Se il popolo scende in piazza, Washington non potrà fare molto». Scenario forzato attraverso i finanziamenti erogati a leader locali, tra cui José Paulino Patines (Coalición sindical nacional). Sul piede di guerra anche le fazioni radicali del chavismo, per le quali il governo sta «guadagnando tempo» come fece Vladimir Lenin con il trattato di Brest-Litovsk del 1918. Nel frattempo, gli Stati Uniti plaudono l'inizio dei lavori e, in una nota del Dipartimento di Stato, ribadiscono il loro «impegno» nell’attuazione del loro “Piano a tre fasi”, che si concluderebbe appunto con la transizione politica. Sui lavori interviene lo stesso Marco Rubio (segretario di Stato) che rispondendo a distanza alle pressioni promette il completamento del regime change in meno di un anno. Nessuna risposta, invece, sulla gestione delle vendite del petrolio venezuelano. «È alla maniera antica: al vincitore appartiene il bottino – ha detto Donald Trump –. E abbiamo pagato la guerra con quanto abbiamo preso molte, molte, molte volte».

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