A Leopoli nell'ospedale dei medici sfollati. Dove Sant'Egidio è scuola di solidarietà
di Giacomo Gambassi, inviato a Leopoli (Ucraina)
Nuova ondata di profughi a Leopoli. Nell’ospedale greco-cattolico i medici sfollati accanto ai rifugiati. Sant’Egidio in campo con i giovani tra famiglie e anziani

Non ha timore a dire di aver perso tutto. «Quando siamo fuggiti con mio figlio, non potevamo portare con noi nulla. Abbiamo preso soltanto qualche fotografia e gli attestati di una delle passioni di Yaroslav: il ballo». Elena Zastavska è una sfollata di guerra. E medico degli sfollati. «So bene quanto sia dura restare senza niente, dopo una vita di sacrifici. Ogni cosa spazzata via da un’aggressione armata che non si ferma», aggiunge. Entra ed esce dalle sale del poliambulatorio dell’ospedale greco-cattolico “Sheptytsky” di Leopoli, a metà strada fra la stazione centrale e il centro storico. «Un ospedale nato per soccorrere i poveri – spiega padre Ihor Boyko –. E oggi i poveri dell’Ucraina sono i rifugiati che abbiamo messo al centro della nostra missione». Il sacerdote dirige il presidio fondato nel 1903 dal metropolita Andrey Sheptytsky che «aveva donato la sua casa per crearlo. Un ospedale che ha resistito a due guerre mondiali e al regime sovietico e che è stato il primo nosocomio privato dell’Ucraina indipendente», fa sapere il prete studioso di bioetica.
Oggi racconta sia il dramma dello sradicamento che nel Paese vivono quasi quattro milioni di rifugiati, sia la solidarietà che si è moltiplicata in quattro anni e mezzo di conflitto. «Perché qui un terzo dei medici è profugo e ha scelto di mettersi a servizio di chi è nelle loro stesse condizioni – afferma il sacerdote –. Dottori fuggiti dall’Ucraina orientale, in particolare dalle oblast di Sumy, Kharkiv, Donetsk, Lugansk e Zaporizhzhia». Regioni sotto il fuoco russo o in parte occupate. Come quella da cui arriva Elena: Zaporizhzhia. Aveva fondato una clinica medica a Berdyansk, cittadina affacciata sul mare d’Azov e caduta nelle mani di Mosca nei primi giorni di guerra. «Avevamo ventimila pazienti l’anno. I russi ci hanno dato un ultimatum: o collaborare o chiudere. Abbiamo scelto di non sottometterci».
La dottoressa ha resistito un anno e tre mesi nella località controllata dalle truppe del Cremlino. «Abbiamo assistito a uccisioni, torture, rappresaglie nelle case, sequestri con i cappucci in testa. Alla fine ho detto basta». Come l’80% degli abitanti di Berdyansk che hanno lasciato la città occupata. «Molti dei miei ex pazienti mi scrivevano da Leopoli dove si erano trasferiti: “Siamo qui, ti aspettiamo”». È accaduto davvero, nel polo medico che è il volto di una Chiesa in prima linea di fronte all’emergenza sfollati. «E mio figlio, che è al terzo anno di medicina e che qui fa il tirocinio, ha ritrovato anche i nostri vicini di casa in una trasferta della “Clinica mobile”». È il progetto dell’ospedale “Sheptytsky” varato a novembre che «porta le ambulanze e i team di medici e infermieri nei campi profughi o nei villaggi che li ospitano», racconta la coordinatrice Edita Kisilova. Già 15mila i consulti fra le regioni di Leopoli e Ternopil. Sei giorni di uscite ogni settimana «per visitare chi non ha la possibilità di incontrare un medico o raggiungere l’ospedale e per offrire diagnosi telematiche a distanza in modo da dire che nessuno è dimenticato».
Dall’inizio della guerra Leopoli è stata la città di transito per milioni di sfollati. E poi di accoglienza. Sono almeno 100mila oggi soltanto nel capoluogo, vale a dire un abitante su sei. «Ma gli arrivi sono ripresi in maniera consistente – spiega padre Boyko –. Tutto ciò è dovuto ai bombardamenti russi sempre più intensi: non solo nelle regioni del fronte o lungo il confine russo, ma anche a Kiev». Lo confermano dal centro regionale di registrazione: Sumy, Kharkiv, Donetsk sono le terre da cui adesso si parte per salvarsi dalla furia russa con evacuazioni volontarie o imposte dalle autorità. E poi la capitale che è bersagliata di missili e droni.
Ormai non si varcano più i confini della Ue. Complici i problemi burocratici e la fine dei sostegni europei, i fuoriusciti dalle zone calde restano nel Paese. Un movimento massiccio che preme anche sulla parte occidentale dell’Ucraina considerata più sicura, anche se la Russia attacca ovunque. «Ogni settimana qui in città assistiamo 600 famiglie», dice il responsabile della Comunità di Sant’Egidio, Yuriy Lifanse. La sede nel centro di Leopoli è un’oasi di “soccorso” per chi ha visto la propria vita stravolta dalla guerra. Lo ha toccato con mano anche il cardinale Matteo Zuppi che l’ha visitata durante la sua missione in Ucraina a metà luglio come inviato del Papa. Ed è stato nell’hub e nella cappella che ha incontrato chi ha lasciato tutto per l’aggressione russa. «Sappiamo che c’è ancora tanta violenza – sono le parole del cardinale consegnate alla Comunità – ma cominciamo a costruire la pace nel nostro cuore, accogliendo gli altri e aiutandoli. Non lasciamoci ingannare dal male». Gli aiuti di Sant’Egidio arrivano ogni settimana anche nel quartiere-container che ha ridato una casa a oltre mille rifugiati dove è stata portata anche la “Scuola della pace” per i ragazzi. «La guerra sta crescendo una generazione segnata dalla violenza e dall’aggressività – avverte Lifanse –. Non è un caso che la Russia assoldi i nostri adolescenti: li paga per compiere attentati con bombe incendiare o assalti alle auto, ad esempio». Eppure più di 500 giovani sono impegnati con Sant’Egidio accanto agli sfollati. «È un segno di speranza e un seme di pace», afferma Yuriy. Fra i più fragili ci sono gli anziani. «La loro situazione è particolarmente complessa – sottolinea –: soli, senza riferimenti, spesso malati e privi di possibilità economiche». Ottanta euro la pensione; altri settanta di ausilio da profughi. Nulla di più per sopravvivere. In quattro anni i prezzi sono raddoppiati. «Ed è saltato il blocco delle bollette che era stato stabilito nei primi mesi d’invasione. Per questo abbiamo in cantiere di creare case-famiglia per i “nonni” in cui potranno coabitare insieme. E i nostri ragazzi già li sostengono».
Sulla città – come nel resto dell’intera Ucraina – grava il fardello delle morti al fronte. «Sempre di più», fa sapere Yuriy. Il cimitero che a Leopoli era stato realizzato dopo il primo anno di conflitto per accogliere le salme dei militari è stato chiuso. «Già completo». Restano le bandiere e i vessilli sopra centinaia di tombe in cui anche Zuppi si è fermato. «Ne hanno aperto un altro accanto – dice il referente di Sant’Egidio –. È urgente sostenere le famiglie che hanno perso il padre: per mesi non hanno più niente e lo Stato ha anche ridotto gli indennizzi». È una nazione sempre più sfibrata quella che guarda già al prossimo inverno di guerra. «Gli aiuti sono diminuiti. E, nonostante i bombardamenti, si rientra anche dall’estero: perché è difficile vivere in Europa». Una pausa. «L’Ucraina rischia di essere abbandonata – conclude Yuriy Lifanse –. E Sant’Egidio sa bene che cosa significhi trovarsi immersi in una guerra dimenticata. Soprattutto perché, quando si fermeranno i combattimenti, il conflitto continuerà nella società per i lasciti di odio e dolore. Perciò c’è bisogno di costruire la pace fin da ora, nei cuori e nelle menti delle persone, anche se le bombe continuano a cadere».
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