
Rav Riccardo Di Segni, parafrasando una frase di Rav Sachs, dice che l’Enciclica Magnifica humanitas si esprime con «un forte accento ebraico». Questo non solo è vero per il richiamo molto ricco alle fonti ebraiche ma anche per il modo di interpretarle in linea con la Tradizione rabbinica. Mi soffermerò solo su alcuni di questi richiami.
L’ Enciclica si apre con un’alternativa simbolica fra la costruzione della torre di Babele vista come uso sbagliato e pericoloso della tecnica e la costruzione delle mura di Gerusalemme nel libro di Neemia ricostruite insieme da tutto il popolo. Nella Tradizione ebraica Babele rappresenta la volontà umana di dominio, dominio che può fare a meno di Dio. Il costruttore della torre secondo la tradizione è Nimrod che, in un midràsh , in risposta ad Abramo che gli chiede: « Chi ha creato il mondo » risponde: «Io ho creato il mondo». Babele è il delirio umano di onnipotenza, è l’uomo posto al centro dell’universo, è l’uomo che si trasforma in Dio. Apparentemente è l’esaltazione della potenza e creatività umana ma non è esattamente così perché un altro famoso midràsh dice che per i costruttori della torre la vita umana non aveva alcun valore. La caduta di un mattone era fonte di disperazione mentre la morte di un uomo lasciava indifferenti. I costruttori della torre vogliono farsi un nome.
Il tema del nome è molto presente nella tradizione ebraica. Al primo uomo Dio chiede di dare i nomi ai vari elementi del Creato. Dare un nome significa riuscire a comprendere la reale essenza delle cose, delle creature ma c’è una differenza tra dare un nome, invocare il nome e farsi un nome. Nel libro di Sofonia il profeta descrive i tempi messianici come un momento in cui tutta l’umanità invocherà insieme il nome di Dio. Invocare il nome di Dio, dare un nome alle cose è fondamentale: significa tentare di comprenderne l’essenza, di cogliere ciò che si nasconde dietro l’apparenza, l’origine di tutto. Farsi un nome indica esattamente il contrario: fermarsi all’apparenza, costruire un monumento (la torre) per celebrare la gloria di chi lo ha costruito.
Il libro di Neemia invece conserva i nomi di sacerdoti, artigiani, famiglie e gruppi impegnati nella costruzione delle mura di Gerusalemme. Ogni persona e gruppo ha un tratto preciso, nessuno scompare nell’anonimato. Il primo capitolo della Genesi fonda la dignità dell’essere umano nell’immagine divina. Una fonte rabbinica riporta una discussione tra Rabbi Akivà e Ben Azzay. Rabbi Akivà afferma che l’elemento centrale di tutta la Torà è: Ama il prossimo tuo come te stesso e Ben Azzay risponde che il punto centrale è l’uomo creato ad immagine di Dio. Babele non è l’esaltazione della dignità umana ma la strumentalizzazione dell’uomo per esaltare il delirio di onnipotenza di un solo uomo o di pochi uomini.
I l contributo dell’uomo allo sviluppo della creazione divina è fondamentale. Il racconto della creazione si conclude con un versetto di difficile comprensione: « Che Dio creò per fare ». L’interpretazione rabbinica di questo versetto è che Dio crea un mondo volutamente imperfetto per dare la possibilità all’uomo di completarlo e migliorarlo, « affinché l’uomo faccia ». L’intelligenza umana, la capacità dell’uomo di sviluppare soluzioni tecnologiche per migliorare il mondo in cui vive sono viste positivamente nel testo biblico a patto però che l’uomo conservi il senso del limite. Rabbi Simcha Bunim di Peshischa afferma che ogni uomo dovrebbe tenere in tasca due bigliettini. Su uno dei biglietti è scritto: « Per me è stato creato il mondo », sull’altro: « Io sono polvere e cenere ». La grandezza dell’uomo si esalta con la coscienza dei propri limiti; il pericolo più grande per l’uomo è la superbia, sentirsi al centro dell’universo, credere di non avere limiti.
Il testo del Pontefice si sofferma su un altro punto. La possibilità che l’uso dell’Intelligenza artificiale possa dare un contributo a un fenomeno già largamente presente, la manipolazione della realtà e la disinformazione. Un elemento fondamentale comune alla Tradizione ebraica e a quella cristiana è la ricerca della verità. Un versetto del Levitico recita: «Ti allontanerai da ogni cosa falsa», non si tratta soltanto del divieto di mentire ma di vietare qualunque uso manipolatorio della realtà e soprattutto dare una descrizione superficiale della realtà stessa. La parola che indica la verità in ebraico è la parola emèt . Questo termine è formato dalla prima, dalla lettera centrale e dall’ultima lettera dell’alfabeto ebraico. Cercare la verità significa essere capaci di andare dall’inizio alla fine passando per il centro, fermarsi all’apparenza senza approfondire non è solo sbagliato, è falso.
L a manipolazione della realtà, l’incapacità di vederne i vari aspetti, il rifiuto di approfondire sono alla base di alcuni fenomeni estremamente pericolosi presenti nel mondo in cui viviamo, tra cui l’ondata di antisemitismo risorgente. Compito delle religioni è fermare questa deriva, riaffermare con forza la necessità di cercare la verità. Dopo la creazione dell’uomo il testo biblico dice: «L’uomo diventò un essere vivente”, la traduzione aramaica di Onkelos traduce essere vivente con spirito parlante. La parola è un bene prezioso, è ciò che distingue l’uomo dagli altri esseri viventi, un suo uso improprio e manipolatorio è estremamente pericoloso.
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