L’esercizio (ritrovato) della lealtà
quando non ci si fida più di nessuno

I ragazzi hanno chiara la differenza tra correttezza e inganno. È un’esperienza che implica reciprocità. 
«Se in una gara perdi, 
ma sei stato leale, hai vinto»
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June 24, 2026
L’esercizio (ritrovato) della lealtà
quando non ci si fida più di nessuno
I ragazzi trattano la lealtà come qualcosa di sorprendentemente concreto e quotidiano, collocandola nei luoghi in cui scorre la vita /Foto Icp
Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cosa ci rivelano del nostro mondo

Lealtà

[/le-al-tà/], s.f.
La lealtà è una virtù che consiste nel dire la verità e non mentire mai, nel vivere e giocare in maniera onesta, senza barare, rispettando le regole della convivenza civile e le idee degli altri. È come un patto chiaro di fiducia e sincerità che permette di non tradire sé stessi e gli altri. Per questo è fondamentale nelle relazioni con le persone: in famiglia, nel gioco, nello sport, a scuola, al lavoro, nell’amicizia. Se in una gara perdi, ma sei stato leale, è come se avessi vinto. Ci aiuta anche a riconoscere i nostri errori e a non voler avere sempre ragione, anche se si ha torto. Se tutti avessero questa virtù il mondo sarebbe migliore.
Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole O_stili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.
Ammettiamolo, lealtà potrebbe suonarci come una parola un po’ fuori moda, parte di un lessico antico, quasi solenne, confinata nei libri di avventura, nei racconti cavallereschi, nelle promesse di amicizia eterna. Le ragazze e i ragazzi, invece, la trattano come qualcosa di sorprendentemente concreto e quotidiano collocandola nei luoghi in cui scorre la vita: in famiglia, a scuola, nello sport, nel gioco, nel lavoro, nell’amicizia. La loro definizione parte da un aspetto apparentemente semplice, persino elementare: essere leali significa dire la verità, non mentire, non barare. In realtà contiene già un’intuizione importante perché la lealtà viene collegata al rapporto con la realtà. Chi mente, infatti, altera i fatti. Chi bara e chi cerca di avere ragione a ogni costo finisce ugualmente per deformarli. La lealtà consiste invece nel mantenere un rapporto corretto con ciò che è vero, anche quando non ci conviene. Questo passaggio dice molto di loro. I giovani dimostrano di conservare netta e ben radicata l’idea che esista una differenza tra il vero e il falso, tra il gioco corretto e l’inganno. Subito dopo, però, la loro definizione si allarga. La lealtà riguarda anche il rispetto delle regole della convivenza e delle idee degli altri. È interessante che questi due elementi compaiano insieme. Da una parte le regole comuni, dall’altra la diversità delle persone. Come se i ragazzi avessero intuito che vivere insieme richiede sia un terreno condiviso sia il riconoscimento e il rispetto delle differenze che inevitabilmente esistono.
Ecco emergere anche qui un tema che ritorna spesso nelle definizioni di questo dizionario. I ragazzi dimostrano di pensare la vita sempre dentro una rete di rapporti. Le parole più importanti non vengono quasi mai definite come qualità o risultati esclusivamente individuali. Felicità, promessa, empatia, scuola, futuro e ora anche lealtà vengono comprese all’interno di un rapporto. Vogliono continuamente ricordarci che l’essere umano non esiste da solo, ma sempre in relazione con altri. Lo si vede ancora meglio quando definiscono la lealtà come “un patto chiaro di fiducia e sincerità”. È probabilmente il passaggio più interessante dell’intero lemma. Potrebbe esserci infatti la tentazione di considerare la lealtà una virtù individuale e privata da esibire, quando invece essa per esistere richiede almeno due soggetti. È qualcosa che si costruisce e si custodisce. Non è difficile intravedere qui una preoccupazione molto attuale. Viviamo in un tempo in cui la fiducia sembra continuamente essere messa sotto pressione. Fidarsi appare rischioso. Esporsi all’altro, infatti, comporta sempre una quota di vulnerabilità. Eppure i ragazzi individuano proprio nella fiducia uno dei fondamenti della vita comune. Lo trovo un passaggio straordinario in quanto tutta la civiltà poggia effettivamente sul concetto di fiducia. Quando compro il pane mi fido di chi l’ha preparato, così come quando mi lascio trasportare da un treno mi fido del conducente. Se stiamo sufficientemente bene dal punto di vista psichico, ogni giorno usciamo di casa dando per scontato che la maggior parte delle persone che incontreremo non tenterà di danneggiarci, imbrogliarci o approfittare di noi. Altrimenti vivremmo in un paranoico stato d’assedio permanente. Se possiamo lavorare, studiare, viaggiare, fare amicizia in fondo è proprio perché esiste una vasta rete di comportamenti leali che consideriamo, per esperienza, statisticamente normali. Di fatto ce ne accorgiamo soltanto quando vengono meno.
C’è poi una frase nella definizione che si fa notare per la sua lucidità: la lealtà permette di non tradire se stessi e gli altri. Si fa notare perché introduce una reciprocità: non si può essere leali nei confronti degli altri tradendo continuamente se stessi, ma non si può nemmeno essere fedeli a se stessi a discapito degli altri. Le due dimensioni vengono ancora una volta tenute saldamente insieme. In questa formulazione c’è una visione molto interessante dell’identità. Oggi si parla spesso di autenticità come se coincidesse semplicemente con il fare ciò che passa per la testa. Le ragazze e i ragazzi sembrano suggerire qualcosa di diverso. Essere fedeli a se stessi significa trovare una forma di coerenza che tenga insieme l’interesse proprio e quello delle persone con cui si vive. Tra tutti i passaggi della definizione, però, ce n’è uno particolarmente sorprendente. I ragazzi scrivono: «Se in una gara perdi, ma sei stato leale, è come se avessi vinto». È una frase che meriterebbe di essere riletta più volte. Nella nostra cultura così fortemente orientata al risultato conta vincere, eccellere, primeggiare. La prestazione sembra diventata il criterio principale di valutazione dell’umano. Qui, invece, viene introdotto un altro parametro. Ci viene detto che esiste un modo di perdere che conserva dignità e un modo di vincere che può svuotarsi di valore. Naturalmente non stanno negando l’importanza dell’impegno o della competizione, stanno semplicemente affermando che il risultato non è l’unica misura possibile. Conta anche il modo in cui si arriva a quel risultato, conta il percorso, conta il rispetto delle regole, conta la qualità del rapporto con i compagni. Come dire: che gusto c’è a vincere barando?
È difficile non leggere in queste parole anche una critica implicita a certi modelli adulti. Quante volte arriva loro il messaggio opposto? Quante volte viene lasciato intendere che, in fondo, per il successo sono ammesse scorciatoie ed espedienti? Ancora più interessante è il passaggio successivo. La lealtà, scrivono, «ci aiuta a riconoscere i nostri errori e a non voler avere sempre ragione».
Qui la questione cambia prospettiva. La lealtà non riguarda più soltanto il comportamento verso gli altri, c’entra con il rapporto con se stessi. Per riconoscere un errore serve infatti quella particolare forma di sincerità che chiede la disponibilità a rinunciare all’illusione di avere sempre ragione. Bisogna saper accettare che la verità possa essere più importante del proprio orgoglio. Si tratta di un passaggio tutt’altro che banale. Quanti conflitti, personali e collettivi, nascono proprio dall’incapacità di ammettere un errore! I ragazzi sembrano aver colto che la lealtà consiste anche nella disponibilità a correggersi.
La frase conclusiva potrebbe apparire ingenua, agli occhi smaliziati di un adulto: «Se tutti avessero questa virtù il mondo sarebbe migliore». Eppure, dopo aver letto il resto della definizione, suona molto meno utopica di quanto sembri. Ci hanno appena descritto una società fondata sulla fiducia, sulla sincerità, sul rispetto delle regole condivise, sulla capacità di riconoscere i propri errori. Qualcuno potrebbe mai negare che un mondo costruito su queste basi sarebbe effettivamente migliore? È questo il messaggio che ci consegnano: considerare la lealtà come una condizione che favorisce la convivenza civile, come il fattore che permette ai rapporti di durare, alla fiducia di crescere, alle persone di collaborare senza trasformare ogni relazione in una competizione permanente, peraltro da vincere a ogni costo. Per noi adulti allora diventa inevitabile chiederci quanto siamo leali nelle relazioni che viviamo e quanto valore attribuiamo alla verità le volte che entra in conflitto con il nostro interesse immediato. Forse il cambiamento che i più giovani ci chiedono è semplice e insieme impegnativo: restituire alla lealtà il suo posto nella vita quotidiana, come bene concreto da testimoniare nei rapporti, nelle scelte e nelle parole. Chi cresce ha infatti bisogno di incontrare persone affidabili per poter costruire a sua volta rapporti affidabili. È dall’esperienza della lealtà ricevuta che nasce la fiducia necessaria per entrare nel mondo senza diffidenza e senza cinismo.

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