Il caldo in Europa, le tempeste in America: la "normalità" degli estremi che ci spaventa
di Luca Mazza
I ricoveri per il caldo nel Parmense, i blackout che hanno interrotto il Consiglio comunale di Milano e le tempeste che hanno fermato i Mondiali negli Usa: tre episodi diversi mostrano come i fenomeni meteorologici più violenti non sono più un'eccezione

Nel weekend scorso, nella sola area di Parma e provincia, si sono contati più di mille ingressi ai pronto soccorso e ai servizi di emergenza per il caldo intenso. A Milano, lunedì, la seduta del Consiglio comunale si è chiusa in anticipo a causa dei continui cali di tensione della rete elettrica e dei conseguenti stop ai server. In Francia, oltre alla tragica morte in auto dei bimbi di 2 e 4 anni probabilmente dovuta all’afa, negli ultimi giorni almeno quaranta persone sono affogate mentre cercavano refrigerio nei corsi d’acqua durante la cosiddetta canicule . Nel frattempo, a Philadelphia, la notte scorsa la partita dei Mondiali Francia-Iraq è stata interrotta per oltre due ore a fine primo tempo (con stadio svuotato dagli spettatori) per allerta fulmini, tempesta e autentiche secchiate d’acqua. E anche il match successivo, Norvegia-Senegal, è stato a rischio rinvio fino a pochi istanti dal fischio d’inizio per l’allarme forti piogge e allagamenti emesso dal servizio meteorologico degli Stati Uniti in alcune zone di New York e del New Jersey.
C’è un filo rosso che lega questi episodi delle ultime ore, diversi e lontani tra loro: una crisi climatica che rende sempre più frequenti i fenomeni meteorologici estremi. Per anni siamo stati abituati a considerare come eventi eccezionali ondate di calore, alluvioni, tempeste, grandinate o siccità. Erano rarità destinate a interrompere per qualche giorno la routine legata alla stagionalità. Da tempo non è più così. Ormai è palese. Il vecchio cliché dell’inesistenza delle mezze stagioni sta assumendo un’evidenza empirica e scientifica connessa al riscaldamento globale. A certificarlo non sono soltanto le cronache quotidiane, ma anche gli studi della climatologia. Recentemente gli esperti del servizio europeo Copernicus hanno ribadito che gli eventi meteorologici estremi stanno diventando la “nuova normalità”, non più un’anomalia. Il mese di maggio è stato il secondo più caldo mai registrato a livello mondiale e la primavera 2026 è risultata la terza più calda di sempre in Europa.
Ma il dato forse più significativo non riguarda nemmeno i record. Riguarda l’instabilità. È il clima delle montagne russe. Nel giro di pochi giorni il continente europeo è passato da temperature ben al di sotto della media stagionale a una delle più precoci e intense ondate di calore degli ultimi anni. Tra l’11 e il 19 maggio molte aree registravano valori inferiori di 4 o 5 gradi rispetto alla norma. Nella seconda metà del mese, invece, vaste zone dell’Europa occidentale hanno fatto segnare temperature percepite tra i 35 e i 40 gradi. E ieri, senza mezzi termini, l’Oms ha definito il caldo attuale «un’emergenza sanitaria».
La questione non si ferma alle terre emerse, ma si estende anche alle acque. Gli oceani continuano a registrare temperature eccezionalmente elevate e gli scienziati monitorano con attenzione l’evoluzione di El Niño, fenomeno climatico che potrebbe raggiungere il proprio picco nella seconda metà del 2026. Le conseguenze potrebbero essere pesanti soprattutto nelle aree più vulnerabili del pianeta. In questo contesto, nei giorni scorsi, la Fao e il Programma alimentare mondiale hanno lanciato un appello per raccogliere oltre 200 milioni di dollari con l’obiettivo di proteggere quasi nove milioni di persone in 22 Paesi poveri – dall’Africa all’America Latina passando per l’Asia – considerati ad alto rischio. Perdite dei raccolti, crisi idriche e alimentari non sono scenari ipotetici: sono pericoli che le organizzazioni internazionali stanno cercando quanto più possibile di prevenire.
Per anni il cambiamento climatico è stato raccontato come una minaccia futura. Oggi è davanti ai nostri occhi con una forza e una molteplicità di effetti che spaventano. È nei pronto soccorso di Parma, nei blackout di Milano, nei morti in Francia, nelle tempeste americane, negli appelli delle agenzie delle Nazioni Unite per tutelare popolazioni già in condizioni disagiate. La domanda non è più se la crisi climatica stia travolgendo il mondo, ma con quale velocità e quanti danni. E dovremmo chiederci soprattutto se è ancora possibile trattarla come se non fosse una priorità del presente. In gioco c’è molto di più del rinvio di qualche partita della Coppa del mondo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






