«Noi cardinali, il Concistoro e il dialogo con Leone XIV: così vogliamo accompagnarlo da vicino»
di Giacomo Gambassi, Roma
Venerdì e sabato il secondo incontro dei cardinali con il Pontefice. Parla Cristóbal López Romero, arcivescovo di Rabat in Marocco: «I Concistori annuali saranno piccoli ritiri. Nel Conclave pochi avevano una visione così ampia del mondo e della Chiesa come Prevost, che è stato missionario, ha visitato i continenti come priore generale degli agostiniani e ha avuto un ruolo decisivo nella nomina dei vescovi in Curia Romana»

Il Papa torna a radunare per la seconda volta nello stesso anno i cardinali di tutto il mondo. Nuovo Concistoro straordinario dell’era Leone XIV, dopo quello di gennaio. Due giornate di dialogo e confronto fra il Pontefice e il Sacro Collegio in programma venerdì e sabato. Come era accaduto sei mesi fa. Poi dal 2027 l’incontro si svolgerà una volta all’anno e sarà più lungo. «È la risposta logica e necessaria a una richiesta di noi porporati durante il pre-Conclave. Abbiamo bisogno di conoscerci meglio. È un bene per tutti noi condividere la ricchezza della diversità delle nostre Chiese. Dobbiamo circondare il Papa, sostenerlo e accompagnarlo più da vicino», racconta ad Avvenire il cardinale Cristóbal López Romero, arcivescovo di Rabat, in Marocco. C’è anche lui fra le 241 berrette chiamate in Vaticano per l’appuntamento che ha come sfondo la solennità dei santi Pietro e Paolo di lunedì. «Apprezzo molto la proposta di convocare ogni anno un Concistoro che durerebbe almeno tre o quattro giorni e includerebbe anche un momento di intensa spiritualità sotto forma di un breve ritiro», sottolinea il porporato salesiano 74enne d’origine spagnola.

Era stato lo stesso Leone XIV ad annunciare al termine dei lavori di gennaio che lo “strumento” del Concistoro sarebbe diventato prassi del pontificato, come non era stato durante gli anni di papa Francesco. Nell’agenda dell’appuntamento dei prossimi giorni l’annuncio del Vangelo fra speranza, sofferenze e tensioni che investono la famiglia umana; l’imporsi della “cultura della potenza” sulla scena internazionale, da valutare alla luce dell’enciclica Magnifica humanitas che ha un intero capitolo, il quinto, dedicato alla normalizzazione della guerra, alla costruzione della pace, all’urgenza del dialogo; e il cammino di attuazione del Sinodo con la prospettiva dell’Assemblea ecclesiale globale prevista in Vaticano nell’ottobre 2028.
Eminenza, Leone XIV sta denunciando la riabilitazione della guerra e il clima bellicistico, ma sta anche rilanciando il grido di pace che si alza dai popoli. Una voce profetica o inascoltata?
«Entrambi. Non è forse questo ciò che accade ai profeti? La maggior parte di loro non è stato ascoltato. E molti sono finiti lapidati, giustiziati, uccisi: non solo nell’Antico Testamento, ma anche nel XX o nel XXI secolo».
Il Papa ripete che occorre non perdere la fiducia e che va superato «lo stato di impotenza». Come alimentare la speranza?
«Il Signore ha promesso di essere con noi ogni giorno fino alla fine del mondo. Questo vieta lo scoraggiamento e la disperazione. In Nord Africa i vescovi hanno scritto, più di dieci anni fa, la Lettera pastorale Servitori della speranza. Abbiamo celebrato nel 2025 il Giubileo della speranza. Sì, il mondo soffre per la mancanza di speranza e noi cristiani abbiamo una ricchezza che non possiamo ignorare o tenere per noi: dobbiamo condividerla con tutta l’umanità».
L’unità nella Chiesa è una delle preoccupazioni di Leone XIV. Dalla liturgia (in particolare la Messa in rito antico) alla morale sessuale, il Papa ha chiesto di non dividersi. La Chiesa ha bisogno di maggiore unità?
«La Chiesa ha bisogno, oggi e sempre, di essere una. Come ci ha chiesto Cristo che aveva pregato il Padre invocando “che tutti siano una cosa sola... perché il mondo creda”. La divisione dei cristiani, sia all’interno sia all’esterno della Chiesa cattolica, è uno scandalo che mina la credibilità di ciò che proclamiamo. Tuttavia, unità non significa uniformità. Dio stesso ce ne dà l’esempio. È un solo Dio, ma in tre persone distinte: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo».
Il tema della liturgia era fra i punti del Concistoro di gennaio.
«Non lasciamoci ingannare: il problema non risiede nella liturgia, tanto meno nel linguaggio utilizzato nelle celebrazioni liturgiche. La questione è più profonda: riguarda la natura della Chiesa e la funzione della liturgia al suo interno. Riguarda l’accettazione o il rigetto (esplicito o implicito) dei documenti del Concilio Vaticano II. Si può, ad esempio, acconsentire al rifiuto della concelebrazione eucaristica o dell’idea della Chiesa come popolo di Dio?».
«Scomparire perché rimanga Cristo», ha detto Leone XIV nella prima omelia da Papa. Fin dall’inizio insiste sul coraggio di annunciare il Vangelo.
«La nostra missione, come Chiesa e come cristiani, ha al centro l’annuncio e la testimonianza di Cristo. La questione è discernere come farla in ogni luogo e in ogni tempo. Molti cristiani la riducono a un’attività “orale”, ossia al pronunciare determinate frasi. Ma l’evangelizzazione non è solo o principalmente questo. Si tratta di proclamare la fede con le azioni, di avere uno stile di vita che incarni il Vangelo».
Il Papa ha messo in guardia da una fede intimistica, in cui l’elemento spirituale è separato da quello sociale. Rischio concreto?
«Lo spiritualismo è sempre stato un pericolo nella vita cristiana. La fede senza le opere è morta. Essa si vive nella comunità: ciò significa comunione; si proclama e si nutre della Parola di Dio: questo rimanda alla formazione; si celebra nella liturgia; e si vive quotidianamente nell’impegno per il Regno. Quattro dimensioni senza le quali il “veicolo” della vita cristiana non può muoversi. E devono essere ben allineate ed equilibrate».
Leone XIV indica il dialogo fra le fedi come via per contribuire alla pace.
«Le attuali circostanze politiche richiedono una condanna netta dell’uso del nome di Dio per giustificare la guerra o qualsiasi tipo di violenza. Papa Francesco lo aveva già affermato nel Documento sulla fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi con l’imam al-Tayyib nel 2019. Leone XIV lo sta ribadendo con forza».
Il Papa invita a scommettere sui giovani. Alle sfide digitali che li attendono ha dedicato la sua prima enciclica.
«Si è sempre detto che, se un Paese vuole progredire, deve investire nell'istruzione. I politici lo valutano soprattutto da un punto di vista economico. Noi, come Chiesa, sappiamo che, se vogliamo che la civiltà dell’amore non resti un’utopia, dobbiamo investire nella formazione di tutti, ma in particolare dei giovani. Papa Leone ne è consapevole».
Sia nel viaggio in Africa, sia nell’enciclica, il Papa ha condannato un’economia che uccide e ha indicato la necessità di garantire l’inviolabilità dei diritti umani. Serve più impegno sul versante della giustizia sociale?
«Certamente. Il Papa ha scelto il nome di Leone in omaggio a Leone XIII, il padre della Dottrina sociale della Chiesa. Un “corpus dottrinale” proposto a tutti i cristiani e a tutta l’umanità».
Un anno di pontificato di Leone XIV. Che cosa l’ha colpita?
«La serenità, la prudenza e la coraggiosa fermezza con cui il Papa affronta l’esercizio del suo ministero, specialmente nelle questioni di governo della Chiesa e nell’annuncio dei valori evangelici al mondo, in particolare della pace».
Un Papa “migrante”, che unisce il nord e il sud del mondo nella sua storia personale e nel suo servizio ecclesiale.
«Credo che l’esperienza di Leone XIV come missionario e vescovo in Perù e come superiore dell’Ordine agostiniano lo abbia profondamente segnato e, direi, preparato al ministero petrino. In qualità di priore generale, ha affrontato situazioni che gli hanno permesso di sviluppare una solida tempra per resistere alle difficoltà e al dissenso: ecco perché anche adesso, di fronte a certe critiche scomposte o eccentriche, reagisce con completa serenità. Inoltre può vantare una prospettiva universale: ha visitato più di 50 Paesi in ogni continente, e non da turista: pochi cardinali nel Conclave avevano una visione del mondo e della Chiesa così ampia. A tutto ciò si aggiunge il suo periodo in Vaticano che, seppur breve, gli ha permesso di comprendere i meccanismi interni della Curia e di svolgere un ruolo decisivo nella nomina di diverse centinaia di vescovi».
Alcuni sostengono che Leone XIV si muova tra «sana tradizione» e «legittimo progresso», si direbbe con le parole del Concilio.
«Tradizione e progresso non sono concetti opposti, ma realtà che si completano a vicenda. Non c’è progresso se non si parte da ciò che è stato, dall’esperienza vissuta; e la tradizione muore se si fossilizza, se si trasforma in reperto da museo. Il problema è quando si confonde la Tradizione con le tradizioni e si dimentica che la Tradizione è radicata in Cristo stesso. Serve tornare al primo secolo della Chiesa, al Vangelo, non alle tradizioni di uno, due o tre secoli fa».
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