Perché l'Europa ha riaperto il dossier israelo-palestinese e ha messo nel mirino i coloni
di Gabriele Rosana, Bruxelles
L'Alta rappresentante Ue, Kallas, ha riunito i rappresentanti di oltre 60 Paesi per ragionare sulla soluzione a due Stati. «Stop all'espansione degli insediamenti, il rifiuto al disarmo di Hamas resta un ostacolo alla pace». Riaffiora la possibilità di sospendere l'accordo di associazione tra Bruxelles e Tel Aviv

«La soluzione a due Stati resta la via più praticabile per un Medio Oriente senza guerra», ma «dobbiamo fare di più per metterla saldamente sul tavolo delle trattative». Mentre tra i governi cresce la pressione per sanzionare i coloni violenti ora che il premier ungherese Viktor Orbán – a lungo fautore del veto – è prossimo all’uscita di scena, l’Unione Europea è tornata a prendere l’iniziativa diplomatica su Gaza e Cisgiordania, con l’Alta rappresentante dell’Ue per gli affari esteri Kaja Kallas che, ieri a Bruxelles, ha riunito i rappresentanti di oltre 60 Paesi (oltre che delle Nazioni Unite e del “Board of Peace” creato da Donald Trump). L’occasione è stata un nuovo incontro dell’Alleanza globale per l’attuazione della soluzione a due Stati, piattaforma politica lanciata nel 2024, a cui ha partecipato anche il premier palestinese Mohammad Mustafa.
Israele e Palestina «devono fare ciascuno la propria parte», ha affermato Kallas: «Israele deve porre fine all’espansione degli insediamenti, deve punire i crimini commessi dai coloni e sbloccare le entrate fiscali trattenute che appartengono al popolo palestinese». Allo stesso tempo, ha aggiunto, anche se «il rifiuto di Hamas di deporre le armi rimane un ostacolo fondamentale alla pace», «l’Autorità Palestinese deve portare avanti le riforme a Gaza» e dispiegare le sue forze di polizia nella Striscia.
Tuttavia «senza un processo politico credibile, la pace non è sostenibile», le ha fatto eco Mustafa, poiché «l’assedio non ha portato sicurezza, l’occupazione non si è tradotta in stabilità, e così lo sfollamento forzato non produrrà legittimità né l’annessione genererà coesistenza». Per il premier, determinato a riunire Gaza e Cisgiordania sotto un’unica autorità, è invece «importante continuare a esercitare pressione su Israele affinché rispetti i diritti dei palestinesi e fornisca loro la necessaria protezione» dalle aggressioni dei coloni. Kallas ha lasciato intendere che, con l’avvicendamento in Ungheria atteso a inizio maggio, i governi dei Ventisette potrebbero ritrovare l’unanimità necessaria per inserire i coloni violenti nella lista nera dell’Ue, finora impedita da Orbán, unico leader Ue ad accogliere l’omologo israeliano Benjamin Netanyahu dopo l’emissione del mandato di arresto da parte della Corte penale internazionale, e ad abbandonare il tribunale dell’Aia. Il suo successore Péter Magyar ha già annunciato la riadesione: una mossa che, a Bruxelles, anima le speranze di chi scommette in un parziale cambio di rotta pure sulle restrizioni contro Israele.
Alla riunione dei ministri degli Esteri oggi a Lussemburgo, intanto, Spagna, Irlanda e Slovenia torneranno a insistere sulla necessità di sospendere l’accordo di associazione Ue-Israele. Proposta oggetto anche di una petizione popolare che ha superato il milione di firme. Negli ultimi mesi, hanno scritto i tre Paesi a Kallas, «la situazione è ulteriormente peggiorata» e per questo «servono azioni immediate e coraggiose». Per congelare i profili commerciali dell’intesa basta la maggioranza qualificata (ossia 15 governi, in rappresentanza almeno del 65% della popolazione Ue), ma finora il “no” di due pesi massimi quali Germania e Italia ha frenato l’iniziativa.
Insieme al ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide, Kallas ha presieduto pure un incontro del forum dei donatori internazionali per la Palestina. Parlando con la stampa, ha voluto difendere l’Ue dalle accuse di doppio standard che, tra sostegno all’Ucraina e quello alla Palestina, sono spesso mosse a Bruxelles: «Difficile trovare qualcuno che faccia meglio di noi. L’Europa è il più grande sostenitore del popolo palestinese, il maggiore donatore e il principale finanziatore dell’Autorità Palestinese».
L’Europa non intende farsi da parte ora che c’è una stima, «pari a 71 miliardi di euro» dei costi della ricostruzione di Gaza, formulata ieri congiuntamente da Ue, Onu e Banca mondiale. «Ci occuperemo della ripresa» palestinese, ha assicurato l’Alta rappresentante.
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