Gli schiavi delle «cyber-truffe»:
chi sono i 300mila prigionieri del crimine

Il report dell’Osce segnala la crescita preoccupante di 
una nuova forma di traffico di esseri umani che sono reclutati e costretti a compiere illeciti sul web: stimati danni ai truffati da 1.000 miliardi di dollari in un anno
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June 8, 2026
Gli schiavi delle «cyber-truffe»:
chi sono i 300mila prigionieri del crimine
Giovani donne e uomini attratti con finte offerte di lavoro, e poi schiavizzati per operazioni di cybertruffe tecnologiche. È la nuova frontiera del traffico di esseri umani e una “sottobranca” del dilagante fenomeno della criminalità forzata. Se quest’ultima è diffusa da anni (persone tenute sotto ricatto e costrette a rapine, furti, scasso, spaccio di droga e altro), quello delle cybertruffe (e cioè quelle informatiche via internet o telefonia mobile) è un fenomeno dilagante, come rivela un rapporto dell’Osce (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna), intitolato “Traffico in operazioni di cybertruffe”.
Il fenomeno è già diffuso da tempo soprattutto nel Sudest asiatico. Ora, però, è stato “importato” anche nell’area coperta dall’Osce (che conta 57 Stati membri, tra cui tutti gli Stati europei incluso la Russia, i Balcani, il Caucaso). «Ci sono veri e propri manuali online – spiega Tarana Baghirova, coordinatrice Osce per la lotta al traffico di esseri umani – che servono da base per la creazione di nuovi centri per le cyber-truffe. Un modo anche per ampliare la rete criminale».
Al momento, secondo il rapporto, nel Vecchio Continente i più colpiti sono l’Europa orientale e sudorientale (anzitutto i Balcani occidentali). Un fenomeno che ha ormai assunto dimensioni allarmanti: al marzo 2025 erano stimate a 300.000 le persone (di 80 diverse nazionalità) tenute prigioniere per attuare operazioni di cybertruffe. Nella sola regione del sud-est asiatico, dove il fenomeno è iniziato, la stima dell’Unodc (l’ufficio Onu per la lotta alla droga e la prevenzione del crimine) è di un fatturato tra i 18 e i 37 miliardi di dollari nel solo 2023. E la Global Anti-Scam Alliance parla di danni ai truffati per 1.000 miliardi di dollari nel 2024.
La procedura è più o meno sempre la stessa: le potenziali vittime, per lo più giovani tra i 18 e i 40 anni con lauree universitarie, qualifiche informatiche, conoscenza di più lingue, vengono contattate attraverso servizi di messaggeria. Spicca Telegram (34% dei casi), seguito da Whatsapp (28%), meno Linkedin e Viber, oltre a normali email, telefonate, siti web. Vengono loro proposti lucrativi posti di lavoro legali, ad esempio iGaming (gioco d’azzardo online), commercio in criptovalute, call center, assistenza telefonica ai clienti, trading finanziario. Alle vittime viene promesso un’assistenza al trasferimento, ma, una volta arrivati, si vedono confiscati i passaporti e vengono portati in compound autosufficienti, situati soprattutto in Myanmar, Cambogia, Laos, Filippine, negli Emirati Arabi, e ora sempre più nell’Europa dell’Est e del Sudest oltre con nel Caucaso e in Asia centrale. Sono strutture con tanto di dormitori e mense, sotto sorveglianza di guardie armate e spesso anche strumenti digitali di controllo come il riconoscimento facciale. «In alcuni casi – dice ancora Baghirova – le vittime sono riuscite a farsi liberare pagando un cospicuo riscatto».
Nei compound nel Sudest asiatico le vittime del traffico sono sottoposte a turni massacranti di 12-18 ore al giorno, senza alcuna forma di vacanza, e punizioni durissime in caso di qualsiasi forma di insubordinazione, dagli elettroshock al confinamento per giorni nelle “zombie room”: stanze con illuminazione accecante e un costante ronzio che fa quasi impazzire chi vi è recluso. Elemento agghiacciante: quando le vittime sono donne, spesso, oltre allo sfruttamento per le cyber-truffe, c’è l’abuso sessuale, soprattutto per “l’intrattenimento” dei capi del compound o anche di visitatori. Un modello che, lo dicevamo, comincia a espandersi anche tra i Paesi Osce. «In alcuni casi – spiega ancora Baghirova – compound nel Sudest asiatico smantellati dalle autorità locali, si sono divisi e hanno creato vari “call center” più piccoli altrove, ad esempio in Europa».
Sofisticate anche le tecnologie utilizzate, come applicazioni in grado di gestire in contemporanea molteplici account social e tradurre automaticamente messaggi in varie lingue, nonché sistemi per simulare una posizione Gps per far credere che gli operatori sono nel Paese dei truffati. I pagamenti avvengono esclusivamente tramite criptovalute.
L’Osce raccomanda una serie di misure per rispondere a questo fenomeno purtroppo in aumento, come la creazione di unità inquirenti specializzate, cooperazione internazionale, indagini finanziarie e recupero dei fondi, smantellamento delle piattaforme utilizzate per le truffe. E poi anche il rafforzamento del quadro normativo e regolatorio, con misure più stringenti per i canali di offerta lavoro, più pubblicità al fenomeno con formazione già nelle scuole, cooperazione con le piattaforme Web per migliora l’individuazione, la segnalazione e la rimozione di offerte di lavoro truffaldine. Una misura che però è altrettanto importante, avverte Osce, è la protezione delle vittime delle criminalità forzata. «Gli operatori di queste cibertruffe – recita il rapporto – non dovrebbero esser trattate come criminali, piuttosto dovrebbero essere attuati meccanismo per esonerare le vittime dalla perseguibilità penale là dove è presente la coercizione». «Se si trattano le vittime come criminali – spiega ancora Baghirova – il rischio è che alla fine diventino loro stesse criminali».

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